Il pozzo delle donne

Pubblico qui sotto una lettera, scritta moltissimi anni fa, che mi ha fortemente colpita per essere, purtroppo, ancora attuale.

Io conosco quel pozzo, ne sto uscendo a fatica, ma in quante sono ancora intrappolate laggiù?

L’altro giorno m’è capitato fra le mani un articolo che avevo scritto subito dopo la liberazione e ci sono rimasta un po’ male. Era piuttosto stupido: quel mio articolo parlava delle donne in genere, e diceva delle cose che si sanno, diceva che le donne non sono poi tanto peggio degli uomini e possono fare anche loro qualcosa di buono se ci si mettono, se la società le aiuta, e così via. Ma era stupido perché non mi curavo di vedere come le donne erano davvero: le donne di cui parlavo allora erano donne inventate, niente affatto simili a me o alle donne che m’è successo di incontrare nella mia vita; così come ne parlavo pareva facilissimo tirarle fuori dalla schiavitù e farne degli esseri liberi. E invece avevo tralasciato di dire una cosa molto importante: che le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne.

Le donne spesso si vergognano d’avere questo guaio, e fingono di non avere guai e di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante (…) M’è successo di scoprire proprio nelle donne più energiche e sprezzanti qualcosa che mi indiceva a commiserarle e che capivo molto bene perché ho anch’io la stessa sofferenza da tanti anni e soltanto da poco tempo ho capito che proviene dal fatto che sono una donna e che mi sarà difficile liberarmene mai.

Ho conosciuto moltissime donne, donne tranquille e donne non tranquille, ma nel pozzo ci cascano anche le donne tranquille: tutte cascano nel pozzo ogni tanto. Ho conosciuto donne che si trovano molto brutte e donne che si trovano molto belle, donne che riescono a girare i paesi e donne che non ci riescono, donne che hanno mal di testa ogni tanto e donne che non hanno mai mal di testa, donne che hanno tanti bei fazzoletti e donne che non hanno mai fazzoletti o se li hanno li perdono, donne che hanno paura d’essere troppo grasse e donne che hanno paura d’essere troppo magre, donne che zappano tutto il giorno in un campo e donne che spezzano la legna sul ginocchio e accendono il fuoco e fanno la polenta e cullano il bambino e lo allattano e donne che s’annoiano a morte e frequentano corsi di storia delle religioni e donne che s’annoiano a morte e portano il cane a passeggio e donne che s’annoiano a morte e tormentano chi hanno sottomano, e donne che escono il mattino con le mani viola dal freddo e una sciarpetta intorno al collo e donne che escono al mattino muovendo il sedere e specchiandosi nelle vetrine e donne che hanno perso l’impiego e si siedono a mangiare un panino su una panchina del giardino della stazione e donne che sono state piantate da un uomo e si siedono su una panchina del giardino della stazione e s’incipriano un po’ la faccia.

Ho conosciuto moltissime donne, e adesso sono certa di trovare in loro dopo un poco qualcosa che è degno di commiserazione, un guaio tenuto più o meno segreto, più o meno grosso: la tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata che gli uomini non conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se stessi e a identificarsi con lavoro che fanno, più sicuri di sé e più padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi. Le donne incominciano nell’adolescenza a soffrire e a piangere in segreto nelle loro stanze, piangono per via del loro naso o della loro bocca o di qualche parte del loro corpo che trovano che non va bene , o piangono perché pensano che nessuno le amerà mai o piangono perché hanno paura di essere stupide o perché hanno pochi vestiti; queste sono le ragioni che danno a loro stesse ma sono in fondo solo dei pretesti e in verità piangono perché sono cascate nel pozzo e capiscono che ci cascheranno spesso nella loro vita e questo renderà loro difficile combinare qualcosa di serio.

Le donne pensano molto a loro stesse e ci pensano in modo doloroso e febbrile che è sconosciuto a un uomo. Le donne hanno dei figli, e quando hanno il primo bambino comincia in loro una specie di tristezza che è fatta di fatica e di paura e c’è sempre anche nelle donne più sane e tranquille. E’ la paura che il bambino si ammali o è la paura di non avere denaro abbastanza per comprare tutto quello che serve al bambino, o è la paura d’avere il latte troppo grasso o d’avere il latte troppo liquido, è il senso di non poter più girare tanto i paesi se prima si faceva o è il senso di non potersi più occupare di politica o è il senso di non poter più scrivere o di non poter più dipingere come prima o di non poter più fare delle ascensioni in montagna per via del bambino, è il senso di non poter disporre della propria vita , è l’affanno di doversi difendere dalla malattia e dalla morte perché la salute e la vita della donna è necessaria al suo bambino.(…) Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitu sulle spalle e quello che dovono fare è difendersi dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto, perchè un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. così devo imparare a fare anch’io per la prima perché se no certo non potrò combinare niente di serio e il mondo non andrà mai avanti bene finché sarà così popolato d’una schiera di esseri non liberi.”

Natalia Ginzburg

(Lettera pubblicata sulla rivista Mercurio nel 1948)

CHE IL CAOS SIA CON ME

Questo sito è nato dall’obbligo impostomi di stare ferma per poco più di un mese. I primi giorni di fermo obbligatorio mi sentivo bene, rilassata, in pace con il mondo, quasi in vacanza: avevo l’autorizzazione, anzi l’obbligo, del medico per farmi servire e riverire! Sicuramente gli antidolorifici amplificavano il mio stato di benessere e mi regalavano grandi dormite sul divano, poi, quando ho cominciato ad averne sempre meno bisogno, la mia serenità è sparita ed è tornato il mio essere caotico, ansioso e confusionario, praticamente mi sono risvegliata da un breve letargo e mi sono ritrovata a dover fare qualcosa per passare il tempo. Ho letto, ho esaurito vite su ogni tipo di gioco caricato sul tablet, ho ascoltato programmi televisivi di ogni genere, mi sono sentita vecchia quando mi sono accorta che ciò che ritenevo noioso fino a qualche anno fa, non lo era più adesso; tutto questo non ha fatto altro che aumentare la mia sensazione di “animale in gabbia”, ho spento tutto, ma non il cervello, e mi sono decisa a fare quello che mi è sempre piaciuto fare, quello che tanti anni fa facevo quotidianamente: scrivere.

Sono stata una blogger negli anni in cui lo si era per passione della scrittura e della tecnologia, non esistevano ancora nomi famosi del settore, non si guadagnava né soldi né fama, ma solo scambi di idee e opinioni. Poi la vita mi ha tolto sempre più tempo a ciò che volevo fare regalandolo a ciò che dovevo fare, non ci si accorge del passare del tempo quando si è risucchiati in un vortice. Nel frattempo il sito che ospitava il mio blog è cambiato, ha cambiato regole e, quando ho riavuto il coraggio di ricominciare a dilettarmi, mi sono ritrovata in un posto che aveva chiuso i battenti ( e i blog) a chi non aveva un nome noto e aperto gli stessi a firme diventate icone di stile, moda e idee…

I treni si perdono, ma non per questo si deve rimanere a piedi, no? Ho riaperto un mio blog su altra piattaforma, ma forse il momento era sbagliato, forse ero alquanto presa e sommersa da troppi problemi personali, e ho peccato di sincerità scatenando ire funeste di lettori/amici/parenti, ecc..Praticamente è stato come se avessi sempre amato sciare e un giorno qualcuno, qualcosa, chissà, mi avesse fatto volontariamente ruzzolare a terra e io, invece di rialzarmi e continuare scrollandomi la neve di dosso, mi fossi fermata li, a terra, a incolpare me stessa per aver creato un avvallamento, aver rovinato la neve, aver potuto recare disagio a chi stava seguendo le scie che lasciavo, insomma, io ferma e il mondo continuava, la vita continuava, c’era chi sciava e si divertiva senza preoccupazioni di sorta.

Ecco, sto cominciando a farmi conoscere…ragionamenti contorti, esempi confusi?

In questi giorni ho ripreso il computer in mano, ho dato un’occhiata in giro, ho lasciato alle spalle ciò che è stato, mi sono battuta il cinque per aver finalmente amato me stessa, ed eccomi qui! Unico problema è l’avere un braccio ingessato e, ahimè, da qualche giorno pure il colpo della strega…quindi immaginatemi a scrivere con una mano sola (l’altra la devo pure tenere in alto altrimenti mi fa male), con una serie infinita di cuscini messi in posti strategici, mentre cerco di dare un aspetto decente al sito e, ok, lo so, non ci riesco, ma al diavolo, se non ora lo potò fare più avanti, l’importante è ricominciare a lasciare una scia…

Se qualcuno vuole darmi consigli sappia che non aspetto altro!

Perché un blog?

Sii te stesso; tutti gli altri sono già stati presi

( Oscar Wilde)

Perché scrivere per me è libertà, libertà di essere me stessa.

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