La libertà in mano

Il gesso è tolto. Pensavo di stare subito bene, io penso sempre l’impossibile, ma ho passato una settimana in cui mi sono trovata a rimpiangere il mio scomodo guscio, quindi tanto bene non sono stata, il chirurgo ha comunque detto che, nonostante la mia non immobilità, l’intervento è riuscito bene, che devo fare riabilitazione, che sono stata una delle sue pazienti peggiori ( ha specificato che peggio di me c’è stato solo un signore che, con la mano ingessata, andava comunque a raccogliere le patate…) e che dovrei stare ancora un po’ a riposo o, perlomeno, non devo esagerare con gli sforzi perché altri trapianti di tendine su di me si rifiuta di farne. Se penso che il mio ex marito, tra le mie innumerevoli pecche che, a detta sua, lo avrebbero spinto tra le braccia di un’altra, la più intollerabile è stata la mia indolenza… Già, “Sei una donna indolente” è la frase che ancora oggi mi rimbomba nella testa e che mi ha fatto più male dell’accusa riguardante la mia iper presenza fisica, perché, se sono pienamente consapevole di non essere bella e di essere pure cicciona ( in breve: una brutta cicciona), quindi non mi offendo per cose oggettivamente vere, l’indolenza non mi appartiene, un po’ pigra forse, ma indolente proprio no e se lo ha pensato (tutt’ora ne è convinto) vuol dire che trent’anni non sono serviti, né bastati, per conoscermi. Questione di punti di vista o è proprio la vista che manca?

Comunque, rimaniamo sull’evento della settimana: la mia mano libera. Se con il gesso tanto ferma non sono stata, senza, appena il dolore è calato, ho cercato di recuperare il tempo perduto e, finalmente, due giorni fa ho ripreso in mano il volante! Ero fermamente convinta che l’auto fosse il mio biglietto per la libertà, ero stufa di dover dipendere da qualcuno per gli spostamenti, per uscire anche solo senza un’incombenza, la mia indipendenza mi era mancata troppo, ma, ahimè, era mancata anche alle figlie che, una volta ripreso a guidare, hanno ricominciato a usarmi come taxi, caso strano i loro impegni si sono moltiplicati, la loro fame è aumentata e i loro bisogni amplificati. Così, in due giorni, ho fatto i chilometri risparmiati in più di un mese, ho girato supermercati, ho parlato ( a capo chino) con gli insegnanti della quindicenne, ho cercato di rimediare ai disastri del cucciolo, in e fuori casa, e ho rimpianto le mie giornate tediose. La libertà è questa? Ieri avevo un invito per un caffè con un’amica e, non potendo lasciare il cucciolo in giardino per interventi di potature, non potendo lasciarlo nemmeno dentro casa per evitare disastri, ho deciso di portarlo con me. Il cucciolo è ormai un cane di quasi 25 chili, ma ancora cucciolo nel comportamento e nell’esperienza di vita sociale, quindi, dopo aver sbavato sulla mia spalla per tutto il breve tragitto in auto, si è presentato al bar prima di me, io ero quella che veniva da lui trascinata tramite guinzaglio, e si è fiondato verso il bancone appoggiandoci le zampe anteriori come se dovesse ordinare qualcosa in tutta fretta. Riportato all’ordine e al decoro, fatto accarezzare dagli altri avventori, rifocillato dalla barista con una fetta di prosciutto, mi sono seduta a uno dei tavolini esterni per godermi il caffè e la compagnia dell’amica; lui, il piccolo mostro, sembrava un cane addestrato, se ne stava seduto composto accanto a me con il guinzaglio che penzolava dalla mia mano e che io tenevo come un bracciale ornamentale. A un certo punto un passerotto si è azzardato ad atterrare davanti a lui e, raccattata la microbriciola, causa del suo impavido atterraggio, è decollato velocemente, e, sempre con la stessa velocità, è decollato anche il cucciolo portando con se la mia mano inguinzagliata. Lo so, sono veramente poco furba, perché ho lasciato che il guinzaglio venisse tenuto dalla mano appena sgusciata dal gesso e non ancora funzionante? Ho cercato di trattenere l’urlo di dolore e sono riuscita a rimetterlo in posizione “a cuccia” per almeno 30 secondi, il tempo necessario perché si accorgesse di uno scooter che passava troppo lentamente, quindi facilmente raggiungibile, ma io ero pronta stavolta, lo strattone c’è stato ma meno violento, peccato che la mia mancanza di furbizia non mi abbia fatto cambiare la mano che tratteneva il guinzaglio…sono pessima! Finito il tempo a disposizione per la mia libertà, ho rimesso il cucciolo in macchina e sono ripartita verso casa, con la solita bava colante sulla mia spalla. Mentre stavo parcheggiando ho sentito un rumore di conati provenire da dietro e, senza nemmeno spegnere l’auto, mi sono precipitata fuori, ho aperto lo sportello scaraventando con tutte le mie forze la bestia fuori, visto che era un po’ restia a continuare i suoi conati all’aperto, ed ecco che il cucciolo fa uscire dalle sue fauci, proprio nel mezzo della strada, un cumulo di roba ancora identificabile. Ho portato il cane in casa, sono riuscita fuori armata di sacchetto e rotolo di carta per pulire lo scempio e mi sono accorta che questo cane me le fa proprio sotto il naso e io non me ne accorgo, come le mie figlie, come se avesse imparato da loro il comportamento corretto da avere con me, cioè, mi faccio fregare anche da un cane? In quel cumulo ho trovato pezzetti di legno che, se ricomposti, potevano ritornare a essere il mestolo di cucina, degli gnocchi interi (il problema è che non abbiamo mangiato gnocchi in questa settimana), un pezzo di cerniera della sua cuccia, brandelli di lapis colorato e glitterato che la quindicenne pensava di aver lasciato a scuola, pezzi di carta, pezzi di carta forno, pezzi di carta stagnola, pezzi di carta di ogni colore, utilizzo e provenienza, eppure faccio la raccolta differenziata, da dove attinge ( o dove intinge?) il suo muso vorace?

Morale della favola: non è guidare che mi rende libera, non è riuscire a fare tutto da sola che mi rende indipendente, io sono la peggior nemica della mia libertà e della mia indipendenza, è proprio il caso di dire che non ho polso ( o è indolenza?) anche perché, in più, da ieri la mano è nettamente peggiorata, mi fa davvero tanto male, e il dolore si irradia per tutto il braccio, è gonfia a tal punto da poter essere scambiata per un cotechino…oddio, spero che il cucciolo non se ne accorga!

NON CI RESTA CHE RIDERE?

Forse l’età che avanza porta cambiamenti radicali, forse sto assumendo troppi farmaci o forse non lo so, ma sta di fatto che, nell’ultimo anno, sto guardando con piacere dei programmi televisivi che prima escludevo per totale mancanza di interesse e per la certezza di noia. Si tratta di programmi a tema politico in cui il talk show è incentrato su problemi nazionali ormai cronicizzati e su accadimenti politici settimanali, nazionali e non; non ho preferenze particolari per l’uno o l’altro giornalista che assume il ruolo di presentatore/moderatore in quanto il mio interesse è rivolto soprattutto agli ospiti della serata, chiamati a dare una propria opinione o a spiegare delle loro ferme convinzioni e scelte.

Ammetto che tale sindrome non è arrivata ancora al punto di non ritorno: non riesco ancora a digerire la mattonata di Porta a Porta ( mi sembra tutto così falso e il mellifluo Vespa mi crea intolleranza, come un latticino). Così spesso mi ritrovo con le figlie che sbuffano per le mie scelte televisive ma pronta a difenderle cercando di convincerle che, alla loro età, sapere cosa accade intorno a noi è un dovere e conoscere pure un po’ di attualità al di fuori di Instagram non farebbe male…così la sedicenne ha ceduto, ha seguito con me qualche programma, anche se il suo sguardo era rivolto sullo schermo del telefono e non su quello del televisore, mentre la reazione della quindicenne è stata chiudersi in camera chiedendomi di trovare un’altra punizione alle sue malefatte, scolastiche e non, quotidiane. Grazie alla minima partecipazione della sedicenne ho capito, mi sono resa conto che, si, starò pure invecchiando, prendendo troppi farmaci e passando troppo tempo chiusa in casa, ma ho ancora intatto il senso dell’umorismo e, quando a certe affermazioni, notizie o discussioni, io e lei ci siamo ritrovate a ridere, l’arcano che mi preoccupava è stato svelato: ormai la politica, in televisione,e non solo, è più comica di un programma nato per far ridere!

Rido ma, a pensarci bene, ci sarebbe da piangere per l’ignoranza che regna nel mondo politico istituzionale e non parlo solo di casa nostra, non siamo soli in questa involuzione, è un virus di demenza che sta colpendo ogni stato e continente, quindi colpisce solo chi sta ai piani alti, chi ha dei poteri decisionali e oneri etici di governo? Ormai è diventata virale l’espressione della traduttrice dell’incontro tra Trump e Mattarella nel momento in cui il rubizzo presidente americano ha sviolinato la lista delle eccellenze italiane finendo col dire che il legame di alleanza e amicizia tra noi e loro risale ai tempi degli antichi romani…beh, non è che forse il simpatico biondone conosce la storia solo tramite la visione di films? Secondo me ha confuso qualcosa, avrà mica pensato che gli attori americani usati in tali films non fossero solo mere scelte artistiche ma volontà di rendere il tutto più legato alla vera realtà dei tempi che furono? Chi glielo dice che se un attore americano recita in un film che parla dell’antica Roma (magari anche solo come comparsa) non vuol dire che veramente esistevano già gli statunitensi ai tempi in cui Cesare e Antonio strizzavano l’occhio a Cleopatra? Mah…e non è una gaffe figlia unica, di roba che fa al tempo stesso ridere e accapponare la pelle ne dice tanta, fin troppa! Anche in Europa non c’è tanto da star sereni, anche qui abbiamo le nostre barzellette umane, certo, gli umoristi sembrano concentrati maggiormente nel nostro paese, ma qualcosina si intravede anche oltralpe, oltre la Manica ( la Brexit sta assumendo sembianze e risvolti shakespeariani ) e qualche piccola apparizione, con ruolo di spalla, la fanno anche gli amici tedeschi, quindi mal comune mezzo gaudio o sommo gaudio? Effettivamente noi abbiamo gli umoristi migliori, una scelta tale da accontentare anche quelli dai gusti difficili: abbiamo il re della “supercazzola” che a ogni domanda risponde con un insieme di frasi e aggettivi sconnessi fra loro, un vero artista completo, talmente concentrato nel suo ruolo di comico da rinunciare al ruolo di ministro per farci fare quattro risate in piena estate; abbiamo il finto leader di partito che ha sempre uno sguardo impaurito e stupito, come se si chiedesse costantemente cosa ci faccia li, tanto che, a guardale le sue espressioni, vien voglia di abbracciarlo, come un bambino, per consolarlo e dirgli che va tutto bene, che presto il suo incubo finirà; abbiamo anche l’anziano consumatore di Viagra, ma non è leader di un partito di pensionati, lui si sente sempre presidente di qualcosa, la parola presidente lo fa gongolare e sbavare di libido, a ogni domanda risponde con una barzelletta sconcia e, avendo negli anni collezionato una infinità di gaffe inverosimili, nessuno si aspetta qualcosa di diverso, tanto che provoca più ilarità quando risponde seriamente che quando tira fuori aneddoti senza senso; abbiamo anche quello che, assetato di applausi, cerca la gloria a ogni costo e, se i suoi amici non gli danno il giusto spazio e il monopolio di inquadrature, mette il muso e fa loro lo sgambetto così, solo per il gusto di vederli cadere e non importa se poi fanno parte di una stessa squadra che sta correndo una staffetta, il testimone ce l’aveva in mano lui e lui lo rivuole, come i bambini che rivogliono la palla con cui stanno giocando tutti e fanno linguacce e versi a chi non li accontenta.

Potrei andare avanti a elencare casi umani esilaranti per ore, ma sarei meno divertente di loro, quindi consiglio a chi ha voglia di farsi quattro sane risate, oltre che assistere a teatrini televisivi dove l’uno insulta l’altro con mezzucci che nemmeno i bambini usano più, oltre che gustare gli infiniti meme che circolano in rete, di andare a seguire sui social i nostri politici perché è li che danno il meglio di loro! Postano video, sentenziano, litigano, controbattono, gareggiano sul numero di condivisioni e like, non si fanno mai trovare impreparati alla cazzata, dei veri professionisti e stacanovisti dei social, tanto che ormai i ragazzini non sognano più di diventare uno youtuber o una influencer ( ed era già drammatico così), ma un politico! Twitter docet?

L’altra sera guardavo il programma di Crozza e giuro che le imitazioni erano perfette, non erano parodie come solitamente fa, non credo che abbiano faticato per tirar giù testi e dialoghi visto che la realtà è ancor più esilarante dell’imitatore…Si. è così che ho capito che la mia è passione per la satira, non attenzione alla politica, rido di gusto al momento ma poi mi preoccupo e mi incupisco perché è triste vedere uno stato trasformato in “circo delle pantegane” e noi, spettatori, paghiamo un biglietto troppo salato ( e nemmeno ci fanno la ricevuta!) per quello che offre un tale spettacolo!

E’ tutto ok!

Ci siamo, mancano poche ore e il mio braccio sarà libero dal gesso! Mi sento come un bambino in attesa di Babbo Natale: eccitazione, ansia, speranze, domande e paura. Si, paura, quella che mi frega da qualche tempo, paura che non sia finita e che, come da troppo tempo ormai, devo continuare a rimandare la vita che vorrei a giorni migliori.

Proprio fra qualche giorno festeggio tre anni di vita dura, tutta in salita, senza una pausa di serenità per tirare il fiato, e di fiato proprio non ne ho più. La mia vita è cambiata in una tiepida sera di fine ottobre, quando mio marito, con estrema serenità, mi ha annunciato che, avendo una relazione con un’altra donna, sarebbe andato a vivere con lei entro un paio di giorni ( forse il tempo di lavare e asciugare tutta la sua roba?). Per me è stato un fulmine a ciel sereno, non mi ero accorta di niente, anzi, siamo sempre stati una coppia affiatata con, forse solo per me, un bel legame solido. Mi è mancato il respiro, mi mancata la terra sotto i piedi, non riuscivo a capire se fosse un brutto incubo dal quale mi sarei svegliata al più presto. Invece l’incubo era realtà e la realtà, nei giorni successivi, sembrava peggiore di qualsiasi incubo: ho passato mesi senza mangiare né dormire, ho sopportato e gestito le telefonate e i messaggi minacciosi dell’amante ( una vera signora!), ho cercato di far vivere alle mie figlie una vita normale, non ho minacciato, non ho urlato, non ho fatto nessun genere di guerra, ma è stata dura. Mi odiavo, mi sentivo un essere indegno di affetto perché non avevo niente che andava in me, mi reputavo un errore umano.

Mi sono ritrovata completamente sola, da quando erano morti i miei genitori, mio marito era diventato tutta la mia famiglia e, senza di lui, mi sentivo per la prima volta orfana. Si, c’era mia sorella, ma il suo caratteraccio mi allontanava e nel momento del bisogno, bisogno di una spalla, di conforto, di qualcuno su cui contare, ha solo snocciolato richieste e chiestomi sacrifici per poter far fronte alle sue necessità ( il classico mors tua vita mea). Così, dopo mesi di terapia psicologica per non implodere e ritrovato amore per la vita, la mia nuova vita, ero pronta a lasciare il gelo di un inverno difficile per farmi baciare dal sole di una nuova estate.

Mi ricordo bene anche quella mattina di inizio giugno, ero serena, niente poteva più riaprire ferite che stavano rimarginandosi; avevo ricevuto una raccomandata scritta dall’avvocato di mia sorella che mi aveva solo fatto sorridere per il grado di meschinità celato da un linguaggio troppo giuridico, avevo anche ricevuto l’ennesimo messaggio di minaccia dalla solita signora, preoccupata che rivolessi indietro il suo “gioiello”, a cui non avevo risposto perché non volevo più saperne di loro, della loro vita, dei loro litigi e delle bugie che si dicevano reciprocamente, non era più affar mio, che si azzannassero fra di loro…insomma, era un momento zen, momento di ottimismo e serenità, ma pur sempre momento che, per sua definizione, dura poco o poco più. Sempre quella mattina, durante un’ecografia fatta per un problema a un braccio, l’ecografista scrupoloso decide di dare un’occhiata un po’ ovunque e, nel giro di un paio d’ore avevo già in mano l’appuntamento con il chirurgo per il giorno successivo e in testa caos e paura, anzi, terrore.

“Signora, è sola o è venuta accompagnata?” mi chiese il medico che una settimana prima mi aveva fatto una biopsia, ” Sono da sola, dica pure”, “Avrei piacere di parlarle in presenza di qualche parente, non ha nessuno disponibile?”, “No, ho solo due figlie non troppo grandi né troppo piccole e non credo che possano capire quello che deve dirmi più di me!”. “Signora, lei ha il cancro, anzi, ne ha due, ha due carcinomi molto aggressivi che vanno asportati al più presto”, ” Ok, lo avevo intuito, ho già appuntamento con il chirurgo, grazie.” Sinceramente quell’uomo mi aveva innervosita, non per la notizia, ma per il modo un po’ maschilista nel voler affrontare il discorso con qualche parente, come se io non fossi stata in grado di recepire le sue informazioni, così ringraziai e mi diressi verso la porta, “Signora, ma ha capito cosa le ho detto?”, “Certo!”, “Non mi sembra, si rende conto di cosa dovrà affrontare e che non è detto che riesca a farcela?”, cavolo che tatto! Certo che me ne rendevo conto, sono cresciuta con la parola “cancro” che aleggiava per casa, i miei genitori erano morti proprio per questa specie di mostro mangiavite, ma disperarmi, piangere, lasciarmi prendere dallo sconforto mi avrebbe guarita? ” Signora, torni indietro, lei non capisce che ha due cancri?”, Mi girai verso di lui proprio mentre varcavo la soglia e, tranquillamente gli risposi: “Due cancri, e allora? Ho due figlie, due cani, due gatti, due conigli e due cancri, c’è di peggio nella vita, pensi che dramma se avessi anche due mariti!”, mi girai e me ne andai lasciando il medico molto basito per la mia risposta.

Quando si affronta una separazione e una malattia contemporaneamente si è concentrati sul riuscire a limitare i danni, sull’organizzarsi per la gestione delle figlie e della casa, le amiche di sempre, quelle che da trenta e passa anni hanno condiviso con me un pezzo di vita mi supportavano, mi davano la certezza che sarebbe stato facile e che non sarei stata sola. Invece sola mi ci sono ritrovata, nel momento peggiore, quando, dopo qualche giorno da un intervento non affatto facile, le mie figlie sono partite per le vacanze col padre, le loro prime vacanze senza di me e la mia prima volta senza di loro. Giravo per casa bardata di borsetta in cui tenere il contenitore del drenaggio che era ancora attaccato al mio corpo tramite un tubo, con il braccio destro ko dallo svuotamento dei linfonodi già attaccati da metastasi, con la tetta operata più grossa di quella sana, infiammata, dolorante e martoriata da una lunga cicatrice che a me pareva come una trincea delimitante un campo di guerra; a giorni alterni mi recavo in ospedale per svuotare il bombolotto del drenaggio, per farmi siringare altro liquido dalla tetta che si formava incessantemente provocandomi dolore e febbre, da sola, guidando, anche se mi avevano proibito di farlo, ma non avevo alternative, le amiche che si erano messe a disposizione per aiutarmi, a parole, erano sparite, perché, a detta loro, dovevo starmene un po’ sola per stare meglio…Intanto ho trascorso settimane, poi mesi, imparando ad arrangiarmi, a gestire una febbre che non se ne andava mai, a farmi forza mentre mi rigiravano come un calzino in cerca del motivo, a sopportare i molteplici effetti indesiderati delle terapie, dei farmaci, del veleno che devi ingoiare per essere sicura che il mostro se ne sia andato definitivamente e che non rimanga nessuna traccia della sua permanenza dentro di me. Il mio ex marito mi ha aiutata, e io ho lasciato che lo facesse perché in certi casi la necessità supera l’orgoglio (e si abbandona il pregiudizio), mi accompagnava a fare le terapie e le visite, io non mi sono mai sentita così sfinita come in quei mesi: dormivo, come chi è dovuto stare sveglio per un giorno intero, prendevo antidolorifici per attutire il dolore acuto e costante alle ossa causato da tutte le cure, non riuscivo a occuparmi di problemi e incombenze della vita quotidiana, vivevo come se mi avessero chiusa in una bolla, tutto era fuori, tutto era attutito, ogni cosa rimbalzava all’indietro quando cercava di avvicinarsi. Così, vista la mia poca vitalità, le mie care amiche storiche un giorno hanno deciso di creare un gruppo whatsapp in cui ognuna mi dava il ben servito come amica essendo tutte d’accordo sul fatto che io non riuscivo più a essere d’aiuto nella gestione ed esternazione dei loro problemi perché ero troppo concentrata sui miei che, a detta loro, ritenevo più importanti. E’ stato lo stesso dolore e stupore provato quando il mio ex marito mi annunciò la sua uscita da casa…Ma, con la consapevolezza che nella vita c’è di peggio, non mi sono persa d’animo e ho consolidato amicizie nate da poco e ne ho fatte di nuove, trovando persone meravigliose che mi hanno fatto ( e tutt’ora lo fanno) sentire amata così come sono, per quella che sono…

La vita va vanti, nolente o volente, si sopravvive per vivere, si sopporta per assuefarsi, io mi sono abituata ai miei dolori, alla mia stanchezza, alle braccia molli, alla tetta dimezzata, bruciata e dolorante dalle radiazioni, alle polmoniti che si susseguivano e ancora lo fanno; ogni volta che penso di stare meglio e di poter cominciare finalmente quella nuova vita che ero pronta ad affrontare e che è stata messa in standby, arriva qualcosa che mi ferma e mi fa sperare in momenti migliori. A maggio, quando l’oncologa mi disse che tutto stava andando bene, avevo cominciato a tirar fuori i miei progetti di vita, avevo voglia di muovermi, di andare al mare, di scorrazzare in bicicletta, ma la solita polmonite mi ha fregata e fermata, vabbè, tanto poi passa e io ricomincio a sognare, ma un mese di antibiotici avevano causato dei danni e tac, il tendine del pollice si è rotto come un grissino che taglia il tonno, vabbè, che sarà mai, è un pollice…ma poi mi sono resa conto che la conquista del pollice opponibile, oltre che a distinguerci dalle scimmie, ha una sua funzione importante e via, unica soluzione un bel trapianto di tendine, ma si, che sarà mai…devo smetterla di dirlo…il giorno dell’intervento mi è esploso il fuoco di Sant’Antonio e tutto è stato rimandato, vabbè, meglio no? Come avrei sopportato un mese di gesso in piena estate? Ma si, godiamoci sto fuoco che c’è di peggio. Finalmente, dopo un mese e mezzo mi ritrovo in sala operatoria, pronta ad affrontare l’intervento ( era venerdì 13 settembre, non mi sono fatta prendere da dubbi scaramantici…)

Ecco perché sono emozionata ma ho paura, paura che la mia vita sia come la canzone di Branduardi ” Alla fiera dell’est”: un insieme di sfighe infinite incatenate fra loro, che la vita messa in standby sia invecchiata e diventata inutilizzabile. Senza il gesso è un bel passo avanti nella riconquista della piena autonomia ( voglio guidareeeee!!!), ma è anche la paura di dover affrontare qualcosa di nuovo, magari è un qualcosa di bello, ma se poi arriva il gatto che si mangia il topo e il cane che si mangia il gatto e il bastone che picchia il cane e il fuoco che brucia il bastone e l’acqua che spegne il fuoco e il bue che beve l’acqua e l’uomo che uccide il bue e….e che palle, io voglio crederci, anzi ne sono convinta: è tutto ok!!

IO E LORO

Ieri, visto che non mancano molti giorni allo “sgusciamento” dal gesso e che la schiena sta decisamente meglio, mi sono dedicata a tutte quelle incombenze casalinghe che avevo trascurato e, se un mese fa queste erano per me una sorta di pesante dovere, la voglia di muovermi e di tornare a una vita normale me le ha fatte sembrare un divertente passatempo ( sono proprio messa male!). Però, da ieri sera, ne sto pagando le conseguenze: la mano si è gonfiata, il gesso mi stringe come non mai e le ferite dell’intervento mi fanno male come se si fossero strappate, quindi me ne devo stare buona, a riposo, ferma, praticamente “a cuccia” come un cane…che poi quando cerco di mandare il cane cucciolo a cuccia mi guarda come se fosse sordo, continuando subito dopo a far disastri .

Intanto le due figlie adolescenti si eclissano, hanno impegni imprevisti, escono lasciandosi dietro una scia di caos e l’eco di un saluto che decifro in un “io vado, poi lo faccio…quando torno però devo fare…non posso…domani, forse, ah ti ho preso dieci euro…” Io ormai non reagisco più, in questo periodo ho perso la voglia di arrabbiarmi, ma cavolo, se non guarisco in fretta oltre a questa perdo anche la credibilità di madre! Così a riposo ci sto, ma non troppo, cerco di usare una sola mano per fare le cose irrinunciabili e combatto con me stessa per ritrovare un po’ di autorità ma anche freddezza nel gestire le due figlie. Ogni tanto, quando chiedo loro, almeno venti volte al giorno, di fare una cosa che non fanno, rispondendomi il solito”dopo”, la faccio io con la certezza che non se ne accorgeranno mai. E’ dura la vita di madre single con due figlie adolescenti e caratteri opposti, già è dura l’adolescenza in sé, averla in stereo e’ una prova di sopravvivenza estrema! Ma oggi sono in modalità “zen” e mi godo il silenzio della casa vuota (ma incasinata) in modo da avere la pazienza di ignorare le urla e i litigi che ci saranno al momento in cui saranno rientrate entrambe.

La quindicenne è quella che mi fa saltare maggiormente i nervi, è il perfetto stereotipo dell’adolescente di oggi: telefono incollato in mano, Instagram collegato 24h24, non ascolta niente che non provenga dal suo telefono, nemmeno la mia voce, non apre un libro ma apre sondaggi on line per cosa si deve mettere, per il colore dello smalto, per i capelli legati o meno, secondo me metterà un sondaggio anche per andare in bagno. ” La trattengo e mi faccio un selfie o vado a espellere subito i rifiuti del mio corpo?” Si sente estremamente figa, ha amici e amiche che la cercano e la sua autostima arriva ad altezze tali da poter battere il cinque al Padreterno. Il mondo in cui vive è fatto di frasi già testate e universalmente usate e se provo a farle aprire un po’ la mente mi risponde con un “Ma che problemi hai? Sei fuori o cosa?”. Solo quando dorme rivedo l’espressione di bambina che riconosco come figlia da me generata ( quando è sveglia sembra la figlia della bambina posseduta dell'”Esorcista”) e, di nascosto, me la sbaciucchio.

La sedicenne è l’opposto: i social li usa per guardare cosa c’è in quel mondo non suo, ma non interagisce con esso, è nel periodo del pessimismo cosmico, si sente inadeguata, brutta, grassa, troppo intelligente per avere dialoghi con i suoi coetanei ma anche ancora troppo bimba per riuscire a vincere la timidezza e lanciarsi in qualche iniziativa che coinvolga anche altri. Sebbene conosca il funzionamento dei modi e del linguaggio degli adolescenti lei non li adotta, non ascolta musica, si immerge in libri, in ricerche, ha fame di sapere ma ha anche paura che qualcuno se ne accorga e la prenda in giro: E’ disordinata nella vita pratica ma ordinatissima e un po’ intransigente nella sua vita interiore, quando parla sembra uscita da un altro mondo, perché usa termini che i suoi coetanei non conoscono, che non conosce nemmeno sua sorella con cui litiga ogni giorno. “Tu sei solo una meretrice!” le urlò una volta e la sorella, quasi soddisfatta, le rispose con un “Grazie, lo so”, ma io avevo capito che non aveva capito l’insulto e alla mia domanda sul significato del termine “meretrice” rispose che era una molto coraggiosa…non ce la posso fare!

Se una si sveglia alle 6.20 la mattina per prepararsi ed essere sempre in ritardo, l’altra si sveglia alle 7 e le avanza pure il tempo per occuparsi dei suoi numerosi animali (ho dovuto metterle un freno perché, va bene che vuole fare la veterinaria, ma tre cani, due gatti, due conigli e un cavallo bastano e avanzano per coltivare la sua passione), il bello è che entrambe frequentano la stessa scuola! Per la scuola hanno fatto un patto: “io non cago te e tu non caghi me, se ci incontriamo nel corridoio ignoriamoci, nessuno deve sapere che siamo sorelle” e questo è l’unico punto su cui sono in pieno accordo. Così la mattina, quando è l’ora di andare vedo solo le loro cartelle appese alle rispettive schiene, una però è una schiena figa, con capelli piastrati che vi ricadono in maniera studiata, l’altra è una schiena curva, per l’ansia di non portare abbastanza libri, da cui spunta un cespuglio incolti di capelli; una tiene in mano telefono e rossetto, l’altra gli spiccioli per la macchinetta del caffè.

Io le osservo uscire, dalla mia postazione di ferma obbligata di questi giorni, a malapena hanno risposto al mio ciao perché sono troppo occupate a discutere sul solito ritardo della quindicenne e sull’abbigliamento da sfigata della sedicenne. Vorrei tanto abbracciarmele, ma non me lo permettono più perché, si sa, gli adolescenti si abbracciano fra di loro, e un genitore non è uno di loro, vorrei godermele di più e vorrei che loro avessero piacere della mia compagnia. Da un paio di anni la mia salute si è trasferita senza lasciarmi un indirizzo in cui cercarla, ho imparato che la vita me la devo godere, non giorno per giorno, ma attimo per attimo, così mi godo le due adolescenti anche se litigiose, anche se mi mettono a dura prova, anche se non posso sfiorarle, anche se i loro sguardi non incrociano mai i miei, perché so che diventeranno grandi all’improvviso e non voglio perdermi niente!

Il pozzo delle donne

Pubblico qui sotto una lettera, scritta moltissimi anni fa, che mi ha fortemente colpita per essere, purtroppo, ancora attuale.

Io conosco quel pozzo, ne sto uscendo a fatica, ma in quante sono ancora intrappolate laggiù?

L’altro giorno m’è capitato fra le mani un articolo che avevo scritto subito dopo la liberazione e ci sono rimasta un po’ male. Era piuttosto stupido: quel mio articolo parlava delle donne in genere, e diceva delle cose che si sanno, diceva che le donne non sono poi tanto peggio degli uomini e possono fare anche loro qualcosa di buono se ci si mettono, se la società le aiuta, e così via. Ma era stupido perché non mi curavo di vedere come le donne erano davvero: le donne di cui parlavo allora erano donne inventate, niente affatto simili a me o alle donne che m’è successo di incontrare nella mia vita; così come ne parlavo pareva facilissimo tirarle fuori dalla schiavitù e farne degli esseri liberi. E invece avevo tralasciato di dire una cosa molto importante: che le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne.

Le donne spesso si vergognano d’avere questo guaio, e fingono di non avere guai e di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante (…) M’è successo di scoprire proprio nelle donne più energiche e sprezzanti qualcosa che mi indiceva a commiserarle e che capivo molto bene perché ho anch’io la stessa sofferenza da tanti anni e soltanto da poco tempo ho capito che proviene dal fatto che sono una donna e che mi sarà difficile liberarmene mai.

Ho conosciuto moltissime donne, donne tranquille e donne non tranquille, ma nel pozzo ci cascano anche le donne tranquille: tutte cascano nel pozzo ogni tanto. Ho conosciuto donne che si trovano molto brutte e donne che si trovano molto belle, donne che riescono a girare i paesi e donne che non ci riescono, donne che hanno mal di testa ogni tanto e donne che non hanno mai mal di testa, donne che hanno tanti bei fazzoletti e donne che non hanno mai fazzoletti o se li hanno li perdono, donne che hanno paura d’essere troppo grasse e donne che hanno paura d’essere troppo magre, donne che zappano tutto il giorno in un campo e donne che spezzano la legna sul ginocchio e accendono il fuoco e fanno la polenta e cullano il bambino e lo allattano e donne che s’annoiano a morte e frequentano corsi di storia delle religioni e donne che s’annoiano a morte e portano il cane a passeggio e donne che s’annoiano a morte e tormentano chi hanno sottomano, e donne che escono il mattino con le mani viola dal freddo e una sciarpetta intorno al collo e donne che escono al mattino muovendo il sedere e specchiandosi nelle vetrine e donne che hanno perso l’impiego e si siedono a mangiare un panino su una panchina del giardino della stazione e donne che sono state piantate da un uomo e si siedono su una panchina del giardino della stazione e s’incipriano un po’ la faccia.

Ho conosciuto moltissime donne, e adesso sono certa di trovare in loro dopo un poco qualcosa che è degno di commiserazione, un guaio tenuto più o meno segreto, più o meno grosso: la tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata che gli uomini non conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se stessi e a identificarsi con lavoro che fanno, più sicuri di sé e più padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi. Le donne incominciano nell’adolescenza a soffrire e a piangere in segreto nelle loro stanze, piangono per via del loro naso o della loro bocca o di qualche parte del loro corpo che trovano che non va bene , o piangono perché pensano che nessuno le amerà mai o piangono perché hanno paura di essere stupide o perché hanno pochi vestiti; queste sono le ragioni che danno a loro stesse ma sono in fondo solo dei pretesti e in verità piangono perché sono cascate nel pozzo e capiscono che ci cascheranno spesso nella loro vita e questo renderà loro difficile combinare qualcosa di serio.

Le donne pensano molto a loro stesse e ci pensano in modo doloroso e febbrile che è sconosciuto a un uomo. Le donne hanno dei figli, e quando hanno il primo bambino comincia in loro una specie di tristezza che è fatta di fatica e di paura e c’è sempre anche nelle donne più sane e tranquille. E’ la paura che il bambino si ammali o è la paura di non avere denaro abbastanza per comprare tutto quello che serve al bambino, o è la paura d’avere il latte troppo grasso o d’avere il latte troppo liquido, è il senso di non poter più girare tanto i paesi se prima si faceva o è il senso di non potersi più occupare di politica o è il senso di non poter più scrivere o di non poter più dipingere come prima o di non poter più fare delle ascensioni in montagna per via del bambino, è il senso di non poter disporre della propria vita , è l’affanno di doversi difendere dalla malattia e dalla morte perché la salute e la vita della donna è necessaria al suo bambino.(…) Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitu sulle spalle e quello che dovono fare è difendersi dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto, perchè un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. così devo imparare a fare anch’io per la prima perché se no certo non potrò combinare niente di serio e il mondo non andrà mai avanti bene finché sarà così popolato d’una schiera di esseri non liberi.”

Natalia Ginzburg

(Lettera pubblicata sulla rivista Mercurio nel 1948)

CHE IL CAOS SIA CON ME

Questo sito è nato dall’obbligo impostomi di stare ferma per poco più di un mese. I primi giorni di fermo obbligatorio mi sentivo bene, rilassata, in pace con il mondo, quasi in vacanza: avevo l’autorizzazione, anzi l’obbligo, del medico per farmi servire e riverire! Sicuramente gli antidolorifici amplificavano il mio stato di benessere e mi regalavano grandi dormite sul divano, poi, quando ho cominciato ad averne sempre meno bisogno, la mia serenità è sparita ed è tornato il mio essere caotico, ansioso e confusionario, praticamente mi sono risvegliata da un breve letargo e mi sono ritrovata a dover fare qualcosa per passare il tempo. Ho letto, ho esaurito vite su ogni tipo di gioco caricato sul tablet, ho ascoltato programmi televisivi di ogni genere, mi sono sentita vecchia quando mi sono accorta che ciò che ritenevo noioso fino a qualche anno fa, non lo era più adesso; tutto questo non ha fatto altro che aumentare la mia sensazione di “animale in gabbia”, ho spento tutto, ma non il cervello, e mi sono decisa a fare quello che mi è sempre piaciuto fare, quello che tanti anni fa facevo quotidianamente: scrivere.

Sono stata una blogger negli anni in cui lo si era per passione della scrittura e della tecnologia, non esistevano ancora nomi famosi del settore, non si guadagnava né soldi né fama, ma solo scambi di idee e opinioni. Poi la vita mi ha tolto sempre più tempo a ciò che volevo fare regalandolo a ciò che dovevo fare, non ci si accorge del passare del tempo quando si è risucchiati in un vortice. Nel frattempo il sito che ospitava il mio blog è cambiato, ha cambiato regole e, quando ho riavuto il coraggio di ricominciare a dilettarmi, mi sono ritrovata in un posto che aveva chiuso i battenti ( e i blog) a chi non aveva un nome noto e aperto gli stessi a firme diventate icone di stile, moda e idee…

I treni si perdono, ma non per questo si deve rimanere a piedi, no? Ho riaperto un mio blog su altra piattaforma, ma forse il momento era sbagliato, forse ero alquanto presa e sommersa da troppi problemi personali, e ho peccato di sincerità scatenando ire funeste di lettori/amici/parenti, ecc..Praticamente è stato come se avessi sempre amato sciare e un giorno qualcuno, qualcosa, chissà, mi avesse fatto volontariamente ruzzolare a terra e io, invece di rialzarmi e continuare scrollandomi la neve di dosso, mi fossi fermata li, a terra, a incolpare me stessa per aver creato un avvallamento, aver rovinato la neve, aver potuto recare disagio a chi stava seguendo le scie che lasciavo, insomma, io ferma e il mondo continuava, la vita continuava, c’era chi sciava e si divertiva senza preoccupazioni di sorta.

Ecco, sto cominciando a farmi conoscere…ragionamenti contorti, esempi confusi?

In questi giorni ho ripreso il computer in mano, ho dato un’occhiata in giro, ho lasciato alle spalle ciò che è stato, mi sono battuta il cinque per aver finalmente amato me stessa, ed eccomi qui! Unico problema è l’avere un braccio ingessato e, ahimè, da qualche giorno pure il colpo della strega…quindi immaginatemi a scrivere con una mano sola (l’altra la devo pure tenere in alto altrimenti mi fa male), con una serie infinita di cuscini messi in posti strategici, mentre cerco di dare un aspetto decente al sito e, ok, lo so, non ci riesco, ma al diavolo, se non ora lo potò fare più avanti, l’importante è ricominciare a lasciare una scia…

Se qualcuno vuole darmi consigli sappia che non aspetto altro!

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