ASPETTANDO ASPETTATIVE INATTESE

Oggi è ferragosto e sto aspettando che piova. L’avevano annunciato ieri: codice giallo, allerta temporali, ma per ora niente, c’è il sole e le nuvole lo sfiorano come fasci di rette tangenti una circonferenza, nessuna che si azzardi a oscurarlo, come se fosse l’attore protagonista di questa lunga estate. Però aspetto, non sia mai che qualcosa cambi, e mentre aspetto mi accorgo che passiamo un’intera vita nelle attese, nelle aspettative, nell’aspettare qualcuno o qualcosa. Io aspetto, ho sempre avuto la pazienza nell’aspettare ma anche di avere troppe aspettative, ci provo a non farmene, provo a non fare dell’attesa una dipendenza, ma ne sono incollata.

Ho aspettato treni mai arrivati, ho atteso momenti giusti e sbagliati,

mi aspettavo amicizie sincere,

ho atteso scuse e notti meno nere,

ho aspettato che il buio finisse ma che il giorno non mi svegliasse,

ho atteso ogni anno la primavera come un bambino

che aspetta la favola della sera.

Ho atteso di riempire vuoti aspettandomi pesi più leggeri e,

mentre aspettavo giorni migliori,

attendevo lo sbocciare dei fiori,

ho aspettato un inizio e atteso con ansia la fine di uno strazio,

ho aspettato una spalla su cui poggiare la mia testa,

mi aspettavo che fosse quella giusta.

Mi aspettavo che gli affetti non tradissero

invece ho atteso che le loro lame mi pugnalassero,

continuo ad aspettare che quei segni svaniscano sulla mia pelle

ma son li per ricordarmi di non aspettarmi niente, nemmeno cose belle.

Ho atteso la pioggia dietro a un vetro aspettandomi che ogni mia lacrime ci si confondesse, aspettavo lo facesse ma non le ha mai portate via,

mi aspettavo verità, ho atteso l’ennesima bugia.

Sto aspettando nel silenzio il rumore della felicità,

ho sempre atteso per ore qualcosa che mi placasse il cuore,

mi aspettavo finalmente di non sentirlo più,

e mentre io mi aspetto qualcosa continuo l’attesa,

mentre lui non attende ma spera,

spera di battere ancor di più.

Meglio non aspettarsi mai niente in modo che ciò che arriva inaspettato sia meno doloroso o ne intensifichi la gioia a seconda di ciò che ci capita?Ogni attesa e aspettativa suscita delle emozioni, che siano di ansia, tristezza, serenità o gioia, sono emozioni e io non sono mai stata capace di frenare, nasconderle e reprimerle, cosi continuo ad aspettare, oggi che piova, domani chissà.

NOTTE ALTA…E SONO SVEGLIA

E’ ricominciata l’insonnia, quella brutta che ti tiene sveglia di notte e rintronata di giorno. Il caldo afoso di questa infinita estate modifica i ritmi quotidiani, modifica l’umore, i pensieri, le abitudini. Vado a letto tardi, già senza sonno, la stanza, nonostante ventilatore su comodino, porta del terrazzo spalancata e serranda alzata, sembra un forno statico, così mi piazzo accanto al ventilatore sperando che mi illuda, accendo la televisione, cerco programmi in cui parlino molto, di cose noiose, di notizie già sentite, le rassegne stampa alternate dai tg sono il meglio che si possa desiderare per addormentarsi, imposto un timer di spengimento di un paio di ore e, voltando le spalle al televisore, chiudo gli occhi, cercando di trasformare il suono delle parole in ninnananna. Solitamente è una strategia efficace, riesco ad addormentarmi, ma ultimamente non funziona, mi appisolo, mi risveglio dopo cinque minuti, cambio lato al cuscino, piazzo un altro cuscino sotto il mio perenne braccio dolorante, richiudo gli occhi, cerco di svuotare la mente concentrandomi sulle notizie di fantapolitica, ma poi passa uno scooter scoppiettante, il cane non più cucciolo abbaia dal terrazzo, la vecchietta (l’altro cane) si fa prendere dall’ansia per il rumore improvviso e comincia ad ansimare proprio davanti alla mia faccia, riapro gli occhi, tranquillizzo la vecchietta, redarguisco il non più cucciolo, spiumaccio un altro cuscino, allontano quello in uso perchè più accaldato di me, cerco rassicurazione nell’aria del ventilatore sperando che i pensieri si confondano in un vortice di aria tiepida che si perde nella stanza. Ultimamente i miei non sono pensieri, ma dubbi che dubitano di se stessi. Cerco di concentrarmi sull’aria del ventilatore che mi accarezza la pelle, ma anche questo mi fa pensare: ho sempre amato il vento, anche quello che solitamente l’istinto teme, amo l’aria in faccia, nei capelli, sulle braccia, mi accorgo che lo percepisco come una carezza, quindi vuol dire che ho carenza di carezze rassicuranti, quelle che ti fanno sentire al sicuro e si può abbassare la guardia per un pò perché qualcuno ti sta proteggendo dal mondo, dai brutti pensieri, dai dubbi di te stessa? Una porta sbatte dal piano terra, sicuramente è la diciassettenne che va a far scorta di acqua dal frigo ( e non ne rimette mai una bottiglia nuova), anche lei dorme poco di notte, ma non per insonnia, lei di notte sta al telefono con il suo ragazzo ( e se lo chiamo così dice che sono antica, non si dice più “avere il ragazzo”, lei “ha il tipo”, quindi, per prenderla in giro lo chiamo tipello), chiacchiera, ride, discute, si fa un panino e, sempre al telefono, ritorna in camera sua, sbattendo la porta e lasciando le luci delle scale accese. Beta gioventù, tra poco si addormenterà di botto, satolla di cibo, chiacchiere e cuoricini. All’improvviso sento delle calde vibrazioni sulla mia schiena, so che è il gatto, ma quale dei sei che ho? Mi giro e mi ritrovo un musetto grigio che si struscia sulla mia guancia, è Osvà, lui sente quando sono in modalità ansia, arriva come se avesse un radar e tra fusa e strusciamenti mi crea un effetto benessere immediato, anche se ultimamente ho il dubbio che arrivi perché attratto dal ventilatore, ma vabbè.

Guardo l’ora, sono già passate le due, reimposto il timer della tv, accendo la luce, i cani mi guardano come se si aspettassero di uscire, ma non ho intenzione di alzarmi, ho solo bisogno di cospargermi di crema per alleviare quel senso di bruciore che mi ha lasciato il fuoco di S.Antonio, so che è un breve sollievo, ma meglio di niente. In due anni due fuochi di S. Antonio, mi hanno detto che è stress, difese immunitarie bruciate con la terapia o sfiga, non si sa, però è bastardo e questo lo so. Faccio zapping, mi ci vorrebbe qualcosa di più soporifero di un tg, mi ci vorrebbe Marzullo, l’estremo rimedio di ogni insonnia, così premo il tasto 1 sperando di sentire, prima o poi, la sigla del programma. E’ notte alta e sono sveglio…ancora, ancora, ancora…

Ogni volta che sento quella canzone vengo catapultata nel 1981: avevo 11 anni quando a mia madre venne diagnosticato un cancro al seno, all’epoca la guarigione non aveva una percentuale statisticamente maggiore rispetto a quella della morte, così lei decise di andare là dove cominciavano a fare interventi e terapie più moderne, lontano da casa ma vicina alla sopravvivenza. Noi tre figli rimanemmo qualche mese soli, mio padre non c’era mai, tornava la sera o spariva con l’amante di turno, mio fratello, dall’alto dei suoi 15 anni, era l’addetto alla spesa, a far da riferimento alle sorelle, io ero la cuoca, mia sorella boh, forse apparecchiava, aveva poca voglia e si trincerava dietro un “non lo so fare”; la mattina andavamo a scuola, tornavamo a casa e trovavamo tutto pulito e in ordine grazie alla donna delle pulizie, poi cominciava la nostra giornata da ragazzini organizzati, con tanto di turni segnati sul calendario per lavare i piatti. Quando finalmente mia madre tornò a casa, distrutta e stanca, per me fu il giorno più bello della mia vita. Gli oncologi di Milano avevano dato istruzioni precise ai medici del nostro ospedale così da poter permettere a mia madre di fare la chemioterapia qui, terapia che all’epoca non facevano ovunque e, comunque, anche quella indicata non era ancora ben bilanciata e sperimentata come adesso. La mattina andava a lavorare ( insegnante severa ma appassionata), nel pomeriggio prendeva la macchina e andava a fare la flebo di cocktail farmacologico, tornava prima di cena, noi sapevamo che non si reggeva in piedi, quindi ci arrangiavamo mentre lei si andava a sdraiare a letto cercando di non vomitare. Una di quelle sere, proprio nel 1981, visto che la tv era anche in camera sua, avevamo deciso di farle compagnia guardando il festival di S.Remo, lei fece finta di esserne felice, sicuramente avrebbe voluto starsene in pace, al buio e nel silenzio, ma sapeva quanto ci era mancata, sapeva quanto avessimo bisogno di normalità e di lei, poi io sono sempre stata la sua cozza e ogni scusa era buona per starle vicino. Così i tre figli urlanti, ma a tono basso, perchè consapevoli, di 15, 12 e 11 anni seguivano un programma, che non amava, sdraiati accanto a lei, a rotazione le tenevamo la bacinella per vomitare, a rotazione la svuotavamo e la pulivamo, come se fosse la cosa più normale di questo mondo. Mio papà non c’era, ancora fuori con l’amante di turno, ancora fuori con la scusa di fantomatici congressi in, guarda caso, famose stazioni sciistiche, ma a noi importava che ci fosse lei…così, tra una canzone e l’altra, arrivò il turno di “Ancora” di Eduardo De Crescenzo ( canzone che, a parer mio, ha raggiunto il successo dopo molti anni, grazie a Marzullo), ogni volta che il cantante pronunciava la parola “ancora” mia madre vomitava, i conati seguivano il ritmo, sembrava un incitamento alla liberazione, quindi, nei giorni seguenti, dopo che aveva fatto la terapia, mentre vomitava l’anima, noi le cantavamo quella canzone mentre svuotavamo bacinelle.

La vita è strana, o noi, inconsciamente, ci ritroviamo a ripercorrere strade già battute nella nostra vita? Mi sono ritrovata anche io, con il cancro, con terapie devastanti, con figlie di 14 e 12 anni, con marito fuggito con l’amante…ho capito quanto amore per i propri figli scateni la forza per combattere e tener duro.

Spesso, di notte, ho talmente tanti ricordi che affiorano per un nonnulla, tanti pensieri che creano domande e mai aspettative (almeno questo ho imparato a farlo), che poi crollo, tardi, ma crollo, sperando di non sognare, sperando che i miei soliti incubi abbiano più sonno di me e che se ne stiano assopiti. Dalla notte alta all’alba è un attimo e mi ritrovo il muso del cane davanti alla mia faccia che con un secco “wof” mi dice che vuole uscire a far pipì, mi ritrovo gatti imploranti in fondo al letto che cercano, senza poca discrezione, di dirmi che sono finiti i croccantini, che è giorno e di giorno non si dorme, non si pensa, non si elucubra, perchè di giorno c’è la vita che mi tiene sveglia.

A volte ritornano

A volte ritornano, proprio quando sei convinta di averli sconfitti o perlomeno dimenticati, eccoli che arrivano con il loro bagaglio di devastazione, con le loro armi infallibili, non smetteranno mai di cercarti, loro non dimenticano chi sei.

A volte ritornano silenziosi per colpirti alle spalle, per saperti indifesa e avere la meglio senza lottare, altre volte si annunciano impetuosi usando l’arma della paura così da avere la certezza di trovarti già atterrita e indebolita.

A volte ritornano e hai abbastanza forza per combatterli, piangi per il dolore dei loro colpi che mirano sempre al cuore, ma riesci a tamponare le ferite, stringi i denti e speri che guariscano, altre volte non combatti nemmeno, ti fai prendere a schiaffi, insultare e maltrattare con la pazienza di chi sa che l’avere pazienza e aspettare che finisca il massacro sia l’unica difesa possibile.

A volte ritornano e, quando ritornano, sono sfacciati, arroganti, affamati del tuo dolore di cui si beffano per averne di più, allora tu li sfami con la speranza di vederli satolli.

A volte ritornano solo per ricordarti che ci sono, si affacciano, ti guardano e ridono di te, della tua convinzione di averli gabbati una volta per tutte.

A volte vorresti avere più rabbia nel combatterli, a volte vorresti che almeno un colpo fosse mortale per toglierli il gusto del loro gioco perverso, game over per tutti. Ti immagini pure nello scontro finale: finalmente dritta, davanti a loro … mirate qui, mirate bene…Ma loro non lo farebbero mai, ti hanno cresciuta e un pò si sono affezionati, non lo farebbero mai e non sai se per egoismo o per rispetto.

Vanno chiamati con il loro nome, mi dicono, per non dargli importanza, ma loro non sono sogni, si chiamano incubi, non sono insicurezze, si chiamano assenze, non sono piccole delusioni, sono lutti continui, non sono lacrime ma disperazione, i vuoti sono rifiuti,  la paura diventa terrore, terrore di guardarsi allo specchio, terrore di essere fraintesa, terrore di non riuscire a combattere, perchè si, loro a volte ritornano e urlano che non sei degna di essere amata e rispettata, non lo meriti, ti impongono di stare a testa bassa perchè non meriti nemmeno di guardare il cielo, non meriti di trovare pace guardando finalmente la luce, non combatti, accetti, guardi per terra sperando di vedere la luce riflessa nella tua pozzanghera di lacrime.

A volte ritornano, oggi sono tornati, bentornati miei demoni.

Leggi mentre ascolti: https://youtu.be/C0Y0GvfrV6c

UNA MONDIALE BOTTA DI VITA

Non mi ricordo esattamente se fosse stato il 9 o il 10 o quale altro giorno prima dell’11 luglio del 1982, ma ricordo benissimo che mio padre uscì dicendo che avrebbe fatto tardi perché doveva accompagnare suo fratello all’aeroporto, niente di strano, succedeva spesso di accompagnare chi, dovendo partire per più giorni, non volesse lasciare la macchina incustodita. Erano i giorni dei mondiali di calcio, erano giorni d’estate in cui l’aria della sera si riempiva di odore di cocomero e di rumori di televisioni accese, ma quella sera mio padre non tornò. All’epoca non esistevano i cellulari, non potevi raggiungere telefonicamente chi non avesse un recapito telefonico fisso, non esistevano quegli aggeggi satellitari che danno la posizione di chi stai cercando, né ancora erano saltate fuori le idee complottiste su fantomatiche installazioni di microchip sottocutanee atte a controllarci tutti da un presunto grande fratello, quindi, se sparivi, ti venivano a cercare, forse, dopo qualche settimana. Mio padre non tornò nemmeno il giorno dopo, mia madre manteneva una preoccupazione silenziosa in modo da non mettere in ansia noi tre figli, poi, da quanto ci diceva, non era la prima volta che spariva nel nulla, quindi, zitti e fiduciosi abbiamo continuato la vita di sempre, ma la vita di sempre non poteva essere vissuta senza mio padre proprio durante la finale dei mondiali: lui, che non si perdeva una partita nemmeno la domenica, che giocava a pallone anche dormendo, che tifava rumorosamente sgranocchiando pacchi di semine davanti alla tv, non poteva non esserci, chi avrebbe piazzato la televisione sul terrazzo per stare più freschi, chi avrebbe urlato al posto suo, chi si sarebbe avvolto in una nuvola di fumo di un intero pacchetto di sigarette?

Così, eccitati per la finale ma mesti per l’assenza di nostro padre, ci siamo piazzati davanti al televisore e abbiamo fatto affidamento sui commenti dell’unico uomo di casa presente in quel momento: mio fratello. Io non capivo un granché delle regole calcistiche ( un pò per la mia tenera età e un pò perché non me ne importava), quindi mi affidavo alle sue reazioni: se gioiva gioivo, se si stizziva mi stizzivo, se guardava ammutolito ma in tensione mi ammutolivo tesa pure io. La partita procedeva tra un “olè” e qualche “nooo”, ogni tanto la telecamera che riprendeva l’evento inquadrava anche gli spalti, faceva vedere da lontano i tifosi che affollavano lo stadio, poi zoommava su particolari: il nostro presidente della Repubblica che stringeva la sua pipa tra i denti e si alzava ogni qualvolta c’era un occasione di goal, si vedevano i visi degli spettatori dipinti con i colori della propria nazione, si intravedevano altri volti tesi avvolti in bandiere, vedevamo, invidiandoli un pò, i tifosi che si alzavano e urlavano nel momento in cui il pallone finiva dentro al rete, ma…quello che si stava sbracciando aveva un’aria familiare…in pochi minuti abbiamo risolto il mistero della scomparsa di nostro padre: era a godersi la finale direttamente in loco!

Il giorno dopo, o quello dopo ancora, non ricordo bene, ecco che spunta dal cancello di casa, preceduto da scampanellata insistente, nostro padre, avvolto nel tricolore, gridando un classico “Campioni del modo! Campioni del mondo!” Noi tre muti ma a bocca aperta, mia madre non muta e molto contrariata, abbiamo ascoltato i racconti di colui che aveva vissuto dal vivo l’evento e alla domanda “Ma potevi dirci che andavi li?” è stato risposto:

“Io sono andato ad accompagnare mio fratello all’aeroporto e proprio quando ero li, hanno avvisato dall’altoparlante che si era liberato un posto sul volo diretto a Madrid con partenza immediata e non ci ho pensato due volte, ho preso il biglietto e sono andato, che botta di vita ragazzi!”

Lui le chiamava “botte di vita”, oggettivamente erano “colpi di testa”, mia madre le chiamava “follie da irresponsabile” (con noi non usava parolacce, quindi tradotto, le “follie” diventerebbero “cazzate”).

Ieri sera ho guardicchiato la partita, non volevo guardarla in toto per la paura di portare sfiga ( il goal dell’Italia è arrivato quando sono andata a fare pipì, quindi mi sono ingozzata di acqua tutta la sera…), ma, dai tempi supplementari in poi, mi ci sono incollata e, con lo sguardo, cercavo lui tra gli spalti, sicuramente non se la sarebbe persa, avrebbe coinvolto il nipote inglese in una diatriba e lo avrebbe convinto a tifare Italia, questa volta avrebbe avuto un telefonino e ci si sarebbe fatto degli incredibili selfie, avrebbe intonato cori e coinvolto sconosciuti compagni di curva, purtroppo lui non era lì, ma nel mio cuore c’è sempre perché la sua breve esistenza fatta di “botte di vita” lo ha reso indelebile e immortale.

TUTTO BENE

Qualche giorno fa, fuori dalla segreteria della scuola delle mie figlie, ho incontrato una mia conoscente ( dopo le fregature e dolorose delusioni date da amiche ventennali la parola “amica” la uso con parsimonia) che non vedevo da qualche anno che mi ha chiesto:

-Ciao, come stai?

– Bene, grazie, a parte questo caldo che mi rende nervosa e mi fa gonfiare il braccio…

– Hai sempre avuto problemi con il braccio, me lo ricordo…

In una frazione di secondo, mentre rispondevo “bene”, mi sono passati davanti gli ultimi anni, proprio quelli passati dall’ultima volta che l’avevo vista, quindi “bene” era la risposta giusta? O dovevo rispondere così:

” Per me stare bene è riuscire ad arrivare a fine giornata, non ho sempre avuto problemi con il mio braccio, sono cominciati da quando è stato privato dei suoi linfonodi, perché, non lo sai? Non sai che quella mattina di qualche anno fa, dopo aver ricevuto una raccomandata, firmata da mia sorella e mio fratello, da parte dell’avvocato che TU hai consigliato ai miei parenti, in cui mi si chiedeva di togliermi dalle balle, mi si sottolineava la magnanimità e la pazienza avuta dai miei fratelli nel permettermi di abitare in un terzo di una casa, che per un terzo è anche mia, costringendo così i poveri coeredi a non trarre benefici economici dal bene comune ( ma venderla no, non era una scelta giusta per mia sorella…), proprio quella mattina, con le lacrime strozzate in gola per le pugnalate mandate via whatsapp dall’amante di quello che era mio marito, mi hanno diagnosticato il cancro, anzi due, anzi, due più un grosso oggetto non ancora definito ma non asportabile. Non lo sapevi? Eppure avresti dovuto saperlo…Non sai, quindi, nemmeno del terrore, della fatica, della ricerca di forze che mi facessero uscire dal letame sotto cui mi avevano ricoperta? Non sai quanto sia stato difficile vivere due settimane con un aggeggio, chiamato drenaggio, attaccato al mio corpo per evitare infezioni e complicazioni e poi trovarsi con infezioni e complicazioni e, sempre da sola come un cane, portare le palle tutti i giorni in ospedale per essere siringata, medicata e redarguita sul fatto che io non potessi guidare, muovermi, fare sforzi e sudare in pieno agosto? Hai trovato appassionante il racconto su come le mie amiche storiche mi abbiano dato il ben servito perché, a parer loro, ero troppo concentrata sui miei problemi e non stavo al passo con le loro esigenze? Ti hanno messa al corrente di come sia riuscita ad affrontare terapie devastanti, effetti collaterali dei farmaci bastardi quanto bastardo è quello che devono combattere, le polmoniti ricorrenti e a gestire da sola due figlie non ancora abbastanza grandi da potersela cavare senza di me? Non ti hanno raccontato di quanto abbia lottato per far si che le parole “carcinomi” e “metastasi” non mi provocassero attacchi di panico per l’incertezza della certezza di un futuro? Dimmi, dimmi, ti hanno spiegato perché ho affrontato tutto da sola? Ti hanno detto come mai, cotta e bruciata dalla radioterapia, arrivavo a casa la sera trovando le figlie sole e affamate che non potevano capire cosa mi stesse succedendo? Ah, no? Beh, chiedi alla tua cara amica, perché lei sa di non sapere e di non aver voluto sapere. Ora sto bene? Dai, diciamo che ho molto spirito di sopportazione, però, in questo momento, non vedo l’ora di tornarmene a casa, non solo per sfogare il pianto provocatomi dalla segretaria della scuola quando mi ha detto che le mie nipoti a settembre cominceranno il liceo ( appena sento parlare di loro piango, mia sorella non me le fa vedere da anni, non ho ancora capito il perché, cosa abbia fatto di così brutto da essere considerata come già morta…forse a te lo ha detto?) ma anche perché il dolore che ho al braccio è davvero diventato insopportabile e l’unica cosa che può lenirlo è un farmaco che mi hanno dato i medici, ma è un oppiaceo, a dire il vero ottimo anche per i costanti dolori alle ossa che mi provocano altri farmaci, ma non ne voglio abusare, lo prendo solo quando proprio non riesco nemmeno a camminare perchè mi lascia stordita tutto il giorno e come faccio a vivere stordita con due figlie da gestire? Come faccio ad abbassare la guardia e a dormire quando la sedicenne esce la sera bardata di sguardo di una che ti dice solo un terzo di verità? Aspetto il momento in cui posso permettermi di stordirmi e lo prendo, nel frattempo stringo i denti e resisto, come sempre, io resisto agli urti della vita, ai pregiudizi e preconcetti che incontro ogni giorno, resisto alla fama di “persona cattiva” che ho raggiunto grazie ai miei parenti, resisto, si, ma a forza di ammaccature sono un catorcio ed è vita?”

Quindi come sto?

Bene, ma non benissimo.

PAROLE VIRALI

Ormai, ai tempi della pandemia, le nostre vite sono cambiate, spesso non ce ne accorgiamo, altre volte invece siamo consci del cambiamento perché ci risulta pesante da affrontare visto che è ancora difficile perdere abitudini consolidate. I mutamenti sono molteplici, ad esempio: il rapporto con il prossimo si è fatto quasi occasionale e il distanziamento tra persone non significa più tenersi alla larga da chi non sopportiamo, e l’approccio con chi non si conosce è più cauto; è cambiata l’istruzione e l’informazione, ormai ci siamo abituati a parlare di percentuali e indici e a imparare su lavagne elettroniche senza nemmeno alzarci dal letto o preparare la cartella; ci sono usi e costumi che scompaiono per lasciar posto ad altri, persino i programmi televisivi sono cambiati, per esempio, nei talkshow si assisteva a dibattiti che trattavano principi politici di vita politica, ora i politici si occupano della salute del loro elettorato e parlano come medici mentre i medici sono finiti in tv a parlare come politici, persino guardando i programmi più ameni e poco impegnativi ci troviamo a stupirci se vediamo del pubblico presente e, con un pò di invidia, ci chiediamo se siano stati vaccinati, tamponati o scannerizzato prima e, soprattutto, dove sono finiti quei programmi da vecchietti in cui si parlava di salute spaziando tra sciatica, cataratta e botta di gotta? Ora sono diventati monotematici e molto poco asintomatici. E’ vero, tutto cambia a prescindere da virus o elementi esterni alla nostra vita, la vita è movimento di per sé e andando avanti non ci rendiamo conto che siamo già cambiati, ma questa volta è un cambiamento epocale e globale che, quasi universalmente, sta modificando persino il modo di parlare e di comunicare con il prossimo, non che si sia ampliato il vocabolario con nuovi termini, sono le parole che assumono significati differenti, quindi, per esempio, se due anni fa una madre chiedeva alla figlia che stava per uscire di casa “Hai preso la mascherina?” si dava per scontato che la figlia stesse andando a una festa di carnevale, ora la stessa frase non ha lo stesso riferimento perché la domanda può essere posta solo per il fatto che la figlia stia uscendo, a prescindere dalla motivazione della sortita. Un ipotetico dialogo fra due persone fatto oggi non sarebbe stato compreso solo pochi anni fa:

“Ciao, come stai? Sei riuscita a fare il tampone?”

“Ciao, no, non ancora, visto che siamo rossi le prenotazioni erano piene quindi dovrò aspettare o, meglio, optare per un sierologico in farmacia, nel frattempo rimango a casa tanto siamo in lockdown e posso lavorare in smartworking. Ormai faccio tutto da casa, anche la spesa, pensa che ho trovato delle mascherine carinissime per i bambini che costano molto meno di quelle che trovi nei negozi! Tu? Come procede?”

“Bene, dai, siamo arancioni quindi ancora un pò limitati ma prossimamente passeremo al giallo così i ragazzi potranno abbandonare la dad e andare a scuola, anche se mi fa paura l’idea che si possano toccare o assembrare, te lo immagini cosa succederebbe se portassero a casa il corona? Mio suocero è un under 70 quindi non ancora coperto ma a rischio, mia nonna è in RSA chiusa da mesi e non può essere toccata, io sono a elevata fragilità quindi sarei fregata da subito. Tuo marito? Come fa con il lavoro?”

“E’ un disastro, apri chiudi, chiudi e apri, comincia a essere sempre più nervoso, poi il coprifuoco gli sta stretto, prima o poi farà la pazzia di rimanere aperto tutta la notte, il tuo? Si sente più tranquillo ora che è vaccinato?”

“Si, decisamente si, continua a lavorare con le solite protezioni di tuta, occhialoni, schermo protettivo, guanti, lui dice che è ancora un inferno là dentro e da fuori non si rendono conto della pericolosità e pesantezza del suo lavoro. E tuo marito ha fatto la prenotazione o non l’hanno ancora aperta? “

“Guarda, è riuscito a prenotarsi giusto in tempo per trovare un centro vaccinale non troppo lontano da noi, se continuano con questo ritmo presto toccherà anche a me!”

“Scusa ora ti devo lasciare che mi è suonato il pulsossimetro e devo fare l’ossigeno, comunque ci sentiamo presto, perché ti devo dare una ricetta fantastica per fare il gel a casa!”

“Brava, ricordatelo che a scuola vogliono che ogni bambino abbia il suo e mio figlio ne usa tantissimo! Ciao cara, buona giornata.”

Sembra tutto normale, no? Nel leggere tale conversazione capiamo che sono due amiche o parenti, che vivono in regioni diverse, che una deve fare l’esame per verificare la positività o meno al virus, il marito di una di loro lavora in ospedale mentre il marito dell’altra ha un’attività commerciale, banalità comprensibili a tutti…oggi.

Cosa avrebbe capito una persona due anni fa leggendo questa sorta di dialogo dal futuro?

Due amiche parlano al telefono e una chiede all’altra se ha fatto il tampone, probabilmente ha mal di gola e vuol sapere se batterico (un tempo c’era l’ansia da streptococco, ora nessuno se lo ricorda nemmeno più), però se può ottenere lo stesso risultato anche con test di farmacia potrebbe essere incinta o sospetta che il figlio si faccia le canne e vuole fargli un test anti droga mentre dorme? Purtroppo vive in un paese dove sono tutti rossi, quindi di comunisti, e i posti per effettuare tali tamponi sono pieni, ergo: i comunisti hanno tutti mal di gola, oppure, copulano come ricci e i test di gravidanza vanno a ruba, o, infine, hanno tutti figli cannabis dipendenti. Inoltre deve aver avuto problemi con la serratura di casa perché è rimasta chiusa dentro però, a quanto pare, può accedere al garage così lavora nella sua smart ( chissà che lavoro si può fare in macchina…uhm…); sicuramente ha figli piccoli, quindi niente cannabis dipendenza, per i quali ha comprato on line l’occorrente per una festa in maschera. Continuando l’analisi della conversazione con gli occhi di due anni fa si può pensare che l’amica, e forse tutta la sua famiglia, sia diventata buddista da poco perché ancora non si è abituata a un regime alimentare più restrittivo quindi sa già che tra poco saranno tutti itterici, ma ne sembra felice perché i figli potranno tornare a scuola abbandonando una certa Dad ( che sia dada, da tata detta con raffreddore?) anche se teme che a scuola compiano atti osceni toccandosi a vicenda con i compagni in una sorta di orgia di gruppo, in tale marasma la madre spera che non portino a casa un amico che di cognome fa Corona, forse teme la parentela con un noto personaggio e l’eventuale influenza negativa? Suo suocero è un grande sportivo perché sicuramente gioca ( a tennis, calcio, pallavolo o che ne so) nella categoria under 70 ma non si capisce se sia preoccupata perché va sempre in giro mezzo nudo o perché, nel gioco di squadra, non viene coperto dai compagni e rischia di prendere colpi; intanto sua nonna è in casa di riposo e, a quanto pare, lì nessuno la può toccare ma non si capisce se sia nel senso che finalmente ha ottenuto il posto letto e nessuno la può più rimandare a casa o che ha solo ottenuto il posto letto ma non l’assistenza infermieristica, quindi sta marcendo nel pannolone, fortunatamente lei stessa ammette di essere un soggetto molto fragile ( ne dava sentori dai racconti un pò sconclusionati e dalle paure assurde), forse i nervi stanno cedendo? Quando chiede alla sua interlocutrice notizie del marito si evince che, quest’ultimo, deve essere un portinaio, forse di un palazzo abitato da scansafatiche o da monchi visto che solo lui apre e chiude la porta, oppure potrebbe lavorare come agente carcerario, vista l’esistenza di un coprifuoco, ed è stufo di passare le giornate ad aprire celle, chiudere celle, tanto che la moglie teme che prima o poi lascerà tutto aperto. Il marito della buddista con l’ittero si è vaccinato, forse un antinfluenzale, forse un antitetanica o anche un antirabbica e da questo è possibile che lavori come addetto alla cura di animali di uno zoo, oppure potrebbe fare il palombaro, ma no, l’opzione zoo calza a pennello con la definizione di lavoro pericoloso: pulire una gabbia dove ci sono dei leoni che non mangiano abbastanza è pericoloso e lui, appena diventato arancione come la moglie, forse si rifiuta di cibarli con carne di animali morti e gli lancia le banane che sottrae alle scimmie che, a loro volta, sottraggono il cibo ai visitatori e sono diventate tutte a rischio infarto per eccesso di trigliceridi e colesterolo. La buddista chiede all’amica quanti anni abbia suo marito e, dalla risposta, possiamo capire che dovrebbe avere un’età compresa tra i 55 e i 60 anni e che lei è molto più giovane del marito. La conversazione finisce perché la buddista ha un aggeggio che l’avvisa quando è il momento giusto per ossigenarsi i capelli, deve essere una fanatica dei capelli visto che prepara lei il gel a casa, sicuramente sarà un gel biologico che non li danneggia perché l’amica vuole assolutamente la ricetta per poterlo fare per il figlio che, quotidianamente, va a scuola con una sorta di leccata di mucca in testa e si porta la confezione in cartella per mantenere tale lucidatura appena sente che i capelli si muovono.

Assurdo? No, affatto. Siamo i protagonisti di una storia che passerà alla storia, i nostri attuali comportamenti modificheranno il nostro futuro e verranno studiati, analizzati, criticati, elogiati, massacrati e confrontati da chi si occuperà di storia, di sociologia, economia e psicologia e, come dopo una grande guerra, ci saranno stati che ne usciranno bene, altri un pò ammaccati e altri si troveranno a dover fare i conti con la devastazione, quindi siamo in guerra e, come in tutte le guerre che si rispettino, dobbiamo armarci, ma di buon senso, dobbiamo avere buoni alleati, chiamati vaccini, dobbiamo avere una strategia efficace e non accomodante visto che oggi, per strategia, si intende quell’insieme di regole e restrizioni che tanto mal sopportiamo. Sicuramente non ne usciremo migliori come ipotizzavamo l’anno scorso, anche perché lo dicevamo con la convinzione che la fine dell’incubo fosse quasi arrivata, ma ne usciremo e visto che dobbiamo fare la storia, almeno facciamola bene!

SOLDATI

E’ passato appena un mese dalla riapertura delle scuole e ancora sembra che il problema principale, ciò che impedisca di tenere a bada questo cavolo di virus, siano le scuole, sarà, ma a me non pare, e parlo per esperienza personale…Dopo un’estate in cui sembrava che nulla fosse successo nei mesi precedenti, finalmente era giunto il momento di tornare a scuola, certo, non è stato un rientro “normale”, la scuola delle mie figlie aveva preventivamente fornito tabelle in cui cercare la propria classe, l’orario di entrata e il corrispondente accesso di ingresso, nonché la mappa dell’edificio scolastico in cui venivano segnalate le aule di appartenenza alle classi e i relativi corridoi e gli ingressi da seguire per accedervi e i bagni assegnati alle singole classi, seguivano circolari di raccomandazioni, regole igieniche, regolamenti interni che contemplano anche le modalità con cui arrivare a scuola: tenere la mascherina anche nel tragitto casa-scuola sia per chi arrivi in auto che per quelli che giungono con mezzi a due ruote, tale mascherina, appena giunti a scuola, deve poi essere depositata in un sacchetto e l’alunno deve indossare subito la mascherina chirurgica distribuita dall’istituto scolastico. Nessuna citazione, raccomandazione, regola o altro per chi arriva a scuola con mezzi pubblici. Ammetto che l’autobus è poco utilizzato per arrivare a questa scuola, in molti hanno la macchinina, lo scooter o un genitore che fa da autista proprio perché non ci sono autobus che portino fin li (ne esiste solo uno che parte alle sette del mattino, ma che non passa dalla zona in cui abito, dovrei portare le figlie alla fermata che dista da casa circa gli stessi chilometri che devo percorrere per portarle a scuola), è da anni che noi genitori residenti verso mare chiediamo la possibilità di avere un autobus verso e da il paese limitrofo in cui sorge la scuola, ma niente, ci hanno sempre risposto che non è conveniente, ma un dubbio mi ha sempre assalito: ho frequentato anche io la stessa scuola, mi sono sempre avvalsa dei mezzi pubblici per arrivarci, mezzi che coprivano tutte le zone anche se noi studenti eravamo pochini, sicuramente meno degli studenti di oggi, sarà che il passare del tempo abbia fatto passare la scuola all’ultimo posto delle istituzioni necessarie per poterci definire una società civile? Ma vabbè…

Prima settimana di scuola: porto diciassettenne alle 9, sedicenne alle 10, riprendo diciassettenne alle 11 e sedicenne alle 12 ( ogni anno, fino a ottobre, gli orari sono dimezzati perché ancora non sono stati nominati gli insegnati, ogni anno, ripeto, ogni anno…ma l’arte di imparare dagli errori?), questo per i primi quattro giorni perché, all’alba del quinto giorno la sedicenne mi dice di non stare bene e il termometro dichiara un allarmante 37,5, proprio la temperatura per cui scatta l’allarme virus. Tengo a casa sedicenne febbricitante e diciassettenne protestante ( ha paura di perdere ore di lezioni vitali perché ha l’ansia da esame di maturità), come da regolamento, chiamo il mio medico di base, mi chiede i sintomi, che sono solo febbre e stanchezza, mentre parla al telefono con me fa subito richiesta per tampone e, nel giro di qualche ora, ottengo l’appuntamento per il tampone nel drive in per il giorno dopo. Nel frattempo, sempre come da regolamento, la sedicenne viene confinata in camera sua, fortunatamente ha il secondo bagno vicino, la diciassettenne si barda con doppia mascherina e guanti ancora brontolando ma questa volta perché, secondo lei, io e sua sorella siamo soggetti che sicuramente si ammaleranno gravemente e lei dovrà gestirci ma quest’anno non può permettersi distrazioni perché, ribadisce per la milionesima volta, ha la maturità…io comunque sto bene, la sedicenne meno, mi manda messaggi vocali implorandomi di andare da lei, sta male e vuole la mamma, la diciassettenne si piazza davanti alla porta di camera della sorella impedendomi di entrarvi, dice che le regole sono ferree; intanto la febbre sale, salgono anche le richieste della sedicenne: fazzoletti, acqua, succo, cracker, biscotti, qualcosa per il mal di gola, tachipirina, acetone, acetone????? “Mamma, mica posso stare con lo smalto rovinato??” Eh già…finalmente arriva il momento del tampone in macchina, io l’accompagno bardata di tutto ciò che può tenere a distanza qualsiasi cosa voglia avvicinarsi a me, guido con tutti i finestrini aperti, tanto la figlia la febbre ce l’ha già, tutto procede, nessuna coda, nessuna attesa, la sedicenne piazza il suo cellulare in posto strategico, a mia insaputa, e si fa il video del suo tamponamento, giusto per aggiornare le amiche.Torniamo a casa e lei torna ai suoi arresti domiciliari in camera, le vengono serviti i pasti dalla sorella che si affaccia in camera sua con il suo solito doppio strato di mascherine e doppio strato di guanti. Il lunedì mattina all’alba arriva l’esito: negativo. Finalmente torno a fare la mamma e vado subito a coccolarmi la malata. La diciassettenne torna a scuola, le quinte e le prime fanno didattica completamente in presenza, la sua ansia è sistemata, le altre classi vengono suddivise in quattro gruppi che, a rotazione, seguiranno le lezioni a distanza per una settimana, la sedicenne, forse complice il febbrone ancora in corso, chiede di seguire comunque le tre misere ore di lezione on line, insieme al gruppo di turno, l’insegnate però si oppone alla sua presenza da remoto, le dice che per seguire deve essere in presenza e che, se sta male per andare a scuola, allora deve essere assente e, nonostante la ragazza rimanga collegata per partecipare alle lezioni, la segna assente; nel frattempo vengo contattata dalla segretaria della preside avvisandomi che sono arrivate voci sulla possibile positività di mia figlia, le spiego che non si tratta di covid ma mi chiede di inviare comunque una mail alla preside, per tranquillizzarla, allegando anche il risultato del tampone. Arriva mercoledì, la sedicenne ha ancora la febbre alta ma è anche il giorno in cui scatta il suo turno di didattica a distanza e, anche se rimbambita, segue per evitare l’assenza che però è costretta a fare il giorno in cui la porto a fare le analisi del sangue.

Mononucleosi. La signorina si è presa la famigerata malattia del bacio ma non voglio sapere dove e quando. Intanto i giorni passano, la ragazza sta meglio, vuole tornare a scuola, scalpita e protesta per andare a scuola?? Intanto i ritmi scolastici riprendono la normalità e da ottobre si ricomincia con le sei ore di lezioni quotidiane, ma gli ingressi e le uscite sono scaglionate, alcune classi entrano alle 7.45, altre alle 7.55, altre alle 8.05, quindi: ne porto a scuola due, una esce dall’auto dieci minuti prima dell’altra, l’altra sta in macchina a protestare per 10 minuti, all’uscita sale in macchina quella che ne era uscita per prima e se ne sta a protestare per tutto il tempo dell’attesa dell’uscita della sorella. Brontolano ma son solo 10 minuti…Intanto la loro scuola funziona, sono talmente attenti che la diciassettenne viene messa in aula covid, per i suoi soliti dolori mestruali, in attesa che la vada a prendere; mi sembra che, in questo momento, la scuola sia il posto più sicuro dove mandare i propri figli: la mascherina la tengono anche in classe, nonostante ci siano le distanze tra banco e banco, le ricreazioni vengono scaglionate come per gli ingressi e le uscite, su due ricreazioni una deve essere passata in aula e l’altra in giardino ( tempo permettendo) o in corridoio, in entrambi i casi gli spazi sono suddivisi, ogni classe ha il suo spazio, delimitato come una scena del crimine, da strisce fosforescenti, l’insegnante di turno vigila il rispetto delle regole, l’insegnante della prima ora va a prendere la propria classe direttamente al cancello assegnato e quello dell’ultima ora accompagna la propria classe al cancello di uscita, controllano che tengano le mascherine finché sono nei pressi della scuola, insomma, gli insegnanti stanno facendo veramente di tutto per far si che la scuola funzioni e rimanga aperta, ogni tanto si sbagliano, viste le numerose campanelle che suonano ogni ora a seconda del turno di ingresso, a ogni turno di ricreazione, a ogni turno di uscita, però vigilano, redarguiscono, a ogni starnuto mandano l’alunno in aula covid e scatta la procedura, si, c’è anche l’insegnante un po’ svanita che dice ai ragazzi di poter abbassare la mascherina quando hanno bisogno di tossire, ma meno male che i ragazzi sanno che non si può fare e glielo ricordano. Giorno dopo giorno si sta instaurando un rapporto di complicità tra i ragazzi e i loro professori: si scambiano consigli su igienizzanti, dritte su gocce che impregnino la mascherina di antibatterico con odore balsamico per tollerare meglio le sei ore, cercano soluzioni geniali per non avere gli occhiali appannati, insomma, come sempre, ci si adegua a tutto, basta volerlo.

Non so se questa sia la scuola che troviamo in ogni parte d’Italia, io penso e spero di si, allora perché, appena salgono i contagi, si chiede subito la chiusura delle scuole? Il problema sono i mezzi di trasporto? Blocchiamo i mezzi pubblici o cerchiamo una soluzione al problema? Mi sembra ovvia la risposta, ma la soluzione deve riguardare prettamente l’organizzazione dei mezzi non deve andare a creare un altro problema come la chiusura delle scuole, è come se per mettere una toppa a un vestito ne creassi un’altra solo per prendere altra stoffa, il buco si copre da una parte ma si crea da un’altra. Non togliamo ai ragazzi la scuola, nemmeno azzardiamoci a fare distinzioni tra chi potrebbe seguire solo a distanza, perché le ultime classi delle scuole superiori dovrebbero stare a casa e le altre no? C’è chi si appella al fatto che più sono grandi i ragazzi più si assembrano la sera, sarà, ma io vedo assembramenti anche di adulti, assembramenti di pre adolescenti di giorno, assembramenti di chiunque voglia fregasene delle regole. Ogni classe di ogni grado di scuola è un’esperienza di crescita per i nostri figli, loro hanno voglia di andare a scuola e già questo ci dà la misura per valutare il problema perché aver voglia di andare a scuola non è normale alla loro età, devono quindi tornare alla loro normalità, anche se con regole severe, devono tornare a non avere voglia di andare a scuola perché ne sono sazi. Il problema non è a scuola, è fuori dalla scuola.

Gli studenti sono oggi come soldati: li dotiamo di armi (mascherine), partono per il loro fronte con zaini pieni di libri, speranze e gel igienizzante, ubbidiscono alle regole, sottostanno a ordini, difendono il nostro e il loro futuro, si adattano a situazioni difficili, alcuni lo fanno con orgoglio e coscienza, altri per una sorta di “chiamata alle armi” a cui non possono sottrarsi, purtroppo, fuori dalla scuola, diventano un esercito senza comandante, senza controllo, ma si preferisce lasciarli allo stato brado, chiudendo le scuole, per risolvere il problema dei trasporti… E se li munissimo di paracadute e li lanciassimo dall’alto ciascuno sopra la propria scuola? Sono soldati e i soldati fanno anche questo…

SI STA COME

D’AUTUNNO

SUGLI ALBERI

LE FOGLIE

G.Ungaretti

LA SOLITA VIGILIA DI UN INSOLITO GIORNO

Come ogni anno, il giorno prima del rientro a scuola è per me un giorno speciale: si mette fine alla vita estiva, ritornano orari precisi, vecchie regole, uscite serali limitate, l’afa diventa pian piano un ricordo, spuntano i libri, ci sono zaini da lavare, penne, quaderni, fogli ecc ritornano a essere materiale introvabile in casa; le figlie sbuffano al pensiero della sveglia mattutina, hanno l’ansia da “cosa mi metto”, da capello che si ribella, da “devo arrivare in tempo per non trovarmi in prima fila”, con il passare degli anni gli umori delle figlie si fanno sempre più altalenanti in questo giorno, è il tempo che passa, passa ma non modifica l’attesa del rientro a scuola.

Già, il tempo scorre ma lascia inalterate da secoli le emozioni per ciò che riprende, ogni anno, per anni, emozioni che, come un testimone, si trasmettono fra le generazioni, crescono con noi: bambini, ragazzi e adulti, poi i bambini diventano ragazzi e i ragazzi adulti che generano bambini e si va avanti, sempre così, e sempre così sarà il primo giorno di scuola.

Ma quest’anno no, tutto è cambiato, noi siamo rimasti uguali, il virus ha cambiato le regole, è riuscito a radere al suolo anche ciò che aveva fondamenta ben salde. A parte il problema afa che non se ne va ed è difficile credere di rientrare a scuola quando si vive al mare e la temperatura è ancora quella di agosto, l’adattamento più difficile sarà quello di vivere una scuola che, ahimè, deve mantenere le distanze. La scuola delle mie figlie ha mandato solo ieri le direttive per l’ingresso di domani, direttive che si riassumono in tabelle in cui cercare la propria classe, i gruppi in cui è stata suddivisa, il giorno di entrata e l’orario del proprio gruppo, il relativo cancello, il numero dell’ingresso e la lettera assegnata alla scala di accesso interno, poi si fa la stessa ricerca per l’uscita da scuola. Non si può fare altrimenti, non c’è spazio a sufficienza, le classi nascevano già numerose per volere di anni di tirata di cinghia alle spese scolastiche, quindi dobbiamo indignarci solo ora? Quante polemiche si sono fatte per tutta l’estate sull’assurdità delle soluzioni per far ripartire la scuola, ma è tutto così nuovo e difficile che qualunque soluzione presa da chiunque avrebbe suscitato dubbi e polemiche. Si riparte come se quest’anno fosse la puntata zero di una serie: vediamo se funziona, cosa modificare o cosa eliminare, solo che gli spettatori testanti sono i nostri figli, non siamo noi, loro sono più elastici, si adeguano con maggior facilità ai cambiamenti, sono l’acqua che prende la forma del suo contenitore. Non avranno il compagno di banco, non faranno merenda nei corridoi, non si assembreranno più nei gabinetti ( tra le direttive della scuola c’è anche l’assegnazione di due box per aula per uso bagno), ma troveranno altri modi per rendere le ore di scuola anche momento di crescita ed esperienza, che lo facciano seduti su sedie con rotelle, con mascherine chirurgiche, non importa, avranno comunque la strizza per l’interrogazione, la sudarella da verifica, la materia più odiata, quella più amata, troveranno il modo per ridere sotto le mascherine, per suggerire meglio, per copiare spostandosi silenziosamente con il banco, avranno scuse fantasiose per non aver potuto studiare, insomma, loro ce la faranno, noi adulti un po’ meno, siamo troppo affezionati alle buone e vecchie abitudini, non reagiamo di pancia, come loro, ma di testa, ci frenano i dubbi, i se, i perché, la paura di ciò che non conosciamo, ci annebbia la vista la perenne ricerca di qualcuno a cui dare la colpa di tutto questo, la voglia di polemizzare, di essere certi di poter fare meglio di chi è preposto a fare e a decidere.

Lasciamo che i nostri figli vivano il loro primo giorno di scuola senza l’ansia di avere un genitore ansioso alle spalle, hanno le capacità per rendere il cambiamento un’opportunità, che poi, un lato positivo c’è già: le mamme non potranno più assembrarsi davanti ai cancelli per ore, niente più chiacchiere e pettegolezzi, basta con i capannelli, sicuramente si sfogheranno sui gruppi whatsapp, ma, se i complottasti, terrapiattisti e negazionisti hanno ragione, moriremo tutti di 5G…e il virus non sarà più un problema!

LA STAGIONE DELLE NESPOLE

Sabato scorso, poco prima di pranzo, il campanello di casa ha suonato quasi perentoriamente, mi sono affacciata e, con mia somma sorpresa, mi sono ritrovata la vicina: categoria villeggianti che non hanno mai seguito le disposizioni per gli spostamenti e tantomeno hanno mai seguito le regole di buon vicinato, almeno da quando mi sono trasferita in questa casa, ma le voci del vicinato narrano di comportamenti arroganti e maleducati che si perpetuano da anni, tanto da non aver rapporti amichevoli con nessun abitante del quartiere; la signora in questione se ne stava fuori dal cancello con mascherina fashion e piatto di nespole in mano, mah…Mi sono avvicinata e la signora, con tono mieloso, mi dice che aveva appena colto le nespole da un albero antico che sua madre ha in giardino ( ma se da più di tre giorni si era stabilita qui come avrebbe fatto a coglierle, con il pensiero?), buone, mi rassicura, speciali, sottolinea, un modo carino per mantenere un rapporto di buon vicinato visto che io sono la nuova arrivata, mi sviolina anche un bel “ma come sta bene, la vedo pure dimagrita!” che mi ha lasciata perplessa visto le sedute culinarie incessanti perpetuate durante il lock down. Accetto, ringrazio, sorrido e saluto.

Effettivamente qualcosa non tornava, avevo persino pensato che le nespole fossero state raccolte tra quelle cadute per terra dell’albero che c’è nel giardino comunale che ha davanti casa, ma poi, tra le mille cose da fare, i miei pensieri sulla doc di tali frutti si sono persi nei meandri neurologici.

Giorni fa, parlando con un’altra mia vicina di casa con cui ho instaurato da subito un rapporto di amicizia, le racconto del mio dono da buon vicinato e, avendo lei già avuto a che fare negli anni con l’arroganza dei vicini villeggianti, si stupisce non poco. Tornata a casa incontra la sua vicina e racconta anche a lei l’evento nespole, quest’ultima ascolta la storia e poi spiega l’arcano della provenienza della frutta: quel sabato mattina una sua amica l’aveva chiamata per avvisarla che le aveva lasciato un piatto di nespole sopra il muretto del cancello, appena colte, un po’ bruttine ma buonissime, lei era andata subito a vedere ma non avendo trovato alcunché il pensiero che l’amica avesse sbagliato cancello le sembrava la soluzione migliore.

In questo momento sono fuori, in veranda, tra me e i buoni vicini c’è una siepe che cela la vista ma non attutisce i rumori, le conversazioni mi arrivano forti e chiare, anche quelle telefoniche, visto che usano esclusivamente il vivavoce, e qualcuno sta raccontando a un’amica della genialità avuta nel buggerare me e gli altri vicini.

Io rido, non posso fare altro, la situazione è comica, ma mi chiedo anche come si possa arrivare a tanto, perché poi farlo, e chissà quante belle fregature queste care persone hanno dato nella loro vita, e mentre rifletto vedo un filippino triste che pulisce i vetri della finestra di camera loro e mi viene voglia di gridargli “scappa, vai via”, ma intanto la voce di lei lo redarguisce da dentro mentre la figlia racconta all’amica del suo favoloso aperitivo in un locale pieno di gente, quindici persone per tavolo, nessuno con mascherina perché era troppo scomoda, ed è stato fighissimo.

A cosa serve chiudere le regioni, dare regole da seguire, emanare decreti per la sicurezza sanitaria quando c’è chi, per indole, se ne frega del prossimo e pensa che l’illecito a loro sia lecito per diritto? Intanto tali fenomeni hanno già riempito le seconde case, le strade e le spiagge, come se fossero già alla fase tre o anche quattro, tanto i soldi per pagare l’eventuali multe ( che non riceveranno mai) li hanno, quindi il problema, per loro, non sussiste, per noi si, ma spero nel karma.

MUTAMENTI

undefinedIeri nono giorno della fase due e primo spostamento “lungo”, senza cambiare provincia però! Che effetto strano mi ha fatto percorrere l’autostrada, guardare fuori dal finestrino come se fosse la prima volta che vedevo quel panorama veloce di case, campi, colline, mare, tetti e strade, in mano avevo la mascherina, in borsa i guanti, l’autocertificazione e il gel disinfettante, ormai questo è un set che non possiamo dimenticare a casa, meglio scordarci il telefono o le chiavi. Quindi la prima uscita, stanata dal mio rifugio sicuro con riluttanza, per andare al solito controllo oncologico, non è una gran bella meta turistica ma, di questi tempi, un’uscita è pur sempre un’uscita a prescindere.

Ingresso in ospedale tranquillo, divieto di indossare i guanti ma obbligo di disinfettarsi le mani, quindi ho spalmato un chilo di gel, mi hanno sparato il led della temperatura sulla fronte, ho dichiarato le motivazioni della mia visita e imboccato la scala mobile per andare al reparto. Mi sono sempre piaciute le scale mobili, fin da bambina, e, proprio come una bambina, continuo a tenere un piede su un gradino e l’altro sul gradino sottostante (la distanza di due gradini ormai l’ho abbandonata), a tenere le braccia aperte per afferrare il passamano che scorre sotto le mie mani, uno a destra e uno a sinistra, non ho mai capito quelli che prendono la scala mobile per poi salirla velocemente come se dovessero vincere una gara, io mi godo questo trascinamento e non muovo i piedi finché non scorre più niente sotto di loro. Anche ieri mi sono crogiolata in questa mia passione immatura, solo che, finita la salita, mi sono resa conto di aver tenuto le mani dove chiunque le può tenere, quindi dubbio: la mia disinfezione col gel era andata a farsi benedire? Resto concentrata per non toccare più alcunché, intanto l’ansia di dover rimanere concentrata per non toccare niente mi provoca una sudorazione facciale notevole, la mascherina mi si appiccica, gli occhiali si appannano e mi sorge un altro dubbio sulla possibilità di tirar fuori un fazzoletto per detergere tutta questa condensa, l’ansia mi fa pendere per l’inopportunità del gesto, quindi proseguo. Passo davanti al bar interno che è aperto, aperto? Odore di caffè, che emozione risentire l’odore di caffè del bar, il rumore dei cucchiaini appoggiati sui piattini, l’aroma di brioches che, seppur surgelate, appena sfornate sembrano capolavori di pasticceria, ma ho un appuntamento, le mani appiccicate dal troppo gel strusciato sul corrimano della scalamobile e la sudarella, quindi cerco di convincermi che il bar fosse una sorta di miraggio nel deserto e arrivo al reparto. Altro gel, accettazione, numero in mano e poltroncina d’attesa ben distanziata, solo cinque persone possono attendere, nessun accompagnatore, nessun orpello, non era più la sala d’attesa piena, con posti liberi solo in piedi, con persone cupe e rassegnate accompagnate da parenti ammutoliti o da volontari caciaroni, eravamo cinque, in attesa, con la mascherina appiccicata, il numero in mano e lo sguardo rivolto al monitor che doveva avvisarci della chiamata, stop, silenzio surreale.

Finalmente tocca a me, entro nell’ambulatorio e mi accorgo che la sedia davanti alla scrivania della mia dottoressa, sulla quale solitamente sedevo, era stata spostata, un po’, un bel po’! Praticamente io ero seduta accanto alla porta e la dottoressa in fondo alla stanza, mi sono avvicinata per darle tutte le analisi da controllare, come se stessi compiendo un’azione illegale, e mi sono seduta. La conversazione a distanza, con mascherine, sembrava quella tra due sorde vecchiette, ma tutto è andato bene, anche la notizia che il risultato del test genetico finalmente era arrivato, vabbè, ho pensato, è stato fatto per routine, poi me ne hanno fatti fare due perché il primo non era convincente, va tutto bene, sto benino, quindi posso archiviare anche questo, no? Eh no! Mi si avvisa che ho una variazione genetica sconosciuta e che, oltre che mettere al corrente tutti i componenti della famiglia perché anch’essi potenziali portatori della stessa mutazione, devo ricominciare a fare controlli molto più serrati, urge risonanza magnetica, perché le varie analisi appena fatte non sono sufficienti a escludere una recidiva perché, mi si fa capire, io ho il cancro nel dna, quindi non me lo posso scordare come mero incidente di percorso, vive con me e, se e quando vorrà, potrà spuntare a far cucù…che cucù! Mi riempiono di fogli, prescrizioni, appuntamenti e dubbi e mi precipito alla porta di uscita del reparto. Ho la mascherina fradicia, le mani sudate e sempre più appiccicose, mi scappa la pipì, e l’aroma del caffè torna a torturarmi il naso, anche se ben nascosto, penso a come dovrei fare per contattare tutto il parentado visto che, ahimè, mia nonna paterna ha partorito sedici volte (per fortuna ne sono sopravvissuti “solo” dodici…) e i suoi figli si sono riprodotti e i figli dei suoi figli si sono riprodotti a loro volta, ma almeno mia mamma era figlia unica, quindi il problema è dimezzato. Decido di portarmi la pipì che scappa fino a casa, per non farmi venire altra ansia da bagno e da cosa toccare, e raggiungo l’ex marito che mi aveva accompagnata (la mia auto non ce la fa più, i suoi quasi sedici anni li sta sentendo tutti).

Va tutto bene, sono solo un po’ mutante, devo avvisare tutti i miei parenti che potrebbero essere mutanti e rifare un’altra risonanza. Tutto bene. Lui è tranquillo per me, meno per la possibilità di ereditarietà genetica che potrebbero avere le nostre figlie, forse sarà un motivo in più per maledire il giorno che mi ha incontrata o forse proprio non ha pensieri alcuni, non lo so, però, vista l’ora tarda, mi propone un panino sull’autostrada. Poco prima di raggiungere lo svincolo, il mio autista gira dalla parte opposta e si infila nella corsia di un Mac Drive…Lui? Quello che le schifezze no, nemmeno sotto tortura? Taccio, mi godo il momento e mi faccio prendere ciò che Joe Bastianich mi sta proponendo con sguardo ammiccante. Il momento di goduria dura poco: si mangia in macchina, ok, ma senza fermarci perché è tardi, quindi io mi ritrovo con sacchetti di carta che scottano in braccio, sacchetto con bibite tra i piedi, telefono in mano per rispondere alle figlie ansiose di avere un orario preciso del mio rientro (e son sicura che l’interessamento non era per un moto di mancanza di mamma, ma proprio per godersi il tempo senza la mamma!), cerco di non far disastri, non è la mia macchina, porgo panino e patatine al guidatore che, come se non mangiasse da mesi, ingurgita il tutto in due minuti, metto la sua bibita nel porta bibita, sistemo i sacchetti vuoti, rassetto le cose da buttare, tenendomele in braccio, e poi cerco una posizione idonea a mangiare il mio bel panino consigliato da quel figo di Joe. A pochi metri dall’ultimo Autogrill prima del casello di uscita sento del fresco tra i piedi, ma non è l’aria della macchina, è un fresco un po’ umidiccio, fortunatamente all’autista viene voglia di caffè (io son due mesi che ho voglia di caffè non fatto da me) e si ferma, apro lo sportello, tiro fuori i sacchetti che ho in braccio, riesco a tirar fuori anche un piede e scopro un lago di coca cola in cui sta galleggiando la mia borsa. Il mio bicchiere, rimasto ancora nel sacchetto, dentro il suo supporto, quindi in verticale, era difettoso e il sotto si è aperto, aprendo anche una voragine nel sacchetto, i miei piedi erano già più che umidi, il bordo dei pantaloni già impregnato e, come carta assorbente, stava portandosi l’umidità verso l’alto, possibile che io riesca a fare solo disastri? Ora ero proprio all’apice dell’appiccicume: strati di gel, di sottomano di scala mobile, di sudarella, di panino salsoso, di sale di patatine, di coca cola, di tovaglioli che non asciugano ma si sbriciolano e, davanti a me, una mano tesa con un caffè…ma chissenefrega, si, mi sono bevuta il caffè in tutto il mio putridume, mi è sembrato il più buono che abbia mai bevuto, mi ha ripagata di ogni ansia, brutto pensiero e disastro, ecco il bello della fase 2: le piccole cose, quelle che mi è mancato nella fase 1 sono state proprio le piccole cose, un caffè, prima del virus, era una pausa, una buona pausa, ora, nella fase 2 è godimento, è quella cosa che ti fa dimenticare tutti gli intoppi, la pausa diventa più sacra, intima, è un rituale con me stessa, già, me stessa, anche se piena di difetti e pure mutante, devo ricordarmi di volermi più bene, me lo devo scrivere su un promemoria, perché proprio me lo dimentico sempre!

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