LA STAGIONE DELLE NESPOLE

Sabato scorso, poco prima di pranzo, il campanello di casa ha suonato quasi perentoriamente, mi sono affacciata e, con mia somma sorpresa, mi sono ritrovata la vicina: categoria villeggianti che non hanno mai seguito le disposizioni per gli spostamenti e tantomeno hanno mai seguito le regole di buon vicinato, almeno da quando mi sono trasferita in questa casa, ma le voci del vicinato narrano di comportamenti arroganti e maleducati che si perpetuano da anni, tanto da non aver rapporti amichevoli con nessun abitante del quartiere; la signora in questione se ne stava fuori dal cancello con mascherina fashion e piatto di nespole in mano, mah…Mi sono avvicinata e la signora, con tono mieloso, mi dice che aveva appena colto le nespole da un albero antico che sua madre ha in giardino ( ma se da più di tre giorni si era stabilita qui come avrebbe fatto a coglierle, con il pensiero?), buone, mi rassicura, speciali, sottolinea, un modo carino per mantenere un rapporto di buon vicinato visto che io sono la nuova arrivata, mi sviolina anche un bel “ma come sta bene, la vedo pure dimagrita!” che mi ha lasciata perplessa visto le sedute culinarie incessanti perpetuate durante il lock down. Accetto, ringrazio, sorrido e saluto.

Effettivamente qualcosa non tornava, avevo persino pensato che le nespole fossero state raccolte tra quelle cadute per terra dell’albero che c’è nel giardino comunale che ha davanti casa, ma poi, tra le mille cose da fare, i miei pensieri sulla doc di tali frutti si sono persi nei meandri neurologici.

Giorni fa, parlando con un’altra mia vicina di casa con cui ho instaurato da subito un rapporto di amicizia, le racconto del mio dono da buon vicinato e, avendo lei già avuto a che fare negli anni con l’arroganza dei vicini villeggianti, si stupisce non poco. Tornata a casa incontra la sua vicina e racconta anche a lei l’evento nespole, quest’ultima ascolta la storia e poi spiega l’arcano della provenienza della frutta: quel sabato mattina una sua amica l’aveva chiamata per avvisarla che le aveva lasciato un piatto di nespole sopra il muretto del cancello, appena colte, un po’ bruttine ma buonissime, lei era andata subito a vedere ma non avendo trovato alcunché il pensiero che l’amica avesse sbagliato cancello le sembrava la soluzione migliore.

In questo momento sono fuori, in veranda, tra me e i buoni vicini c’è una siepe che cela la vista ma non attutisce i rumori, le conversazioni mi arrivano forti e chiare, anche quelle telefoniche, visto che usano esclusivamente il vivavoce, e qualcuno sta raccontando a un’amica della genialità avuta nel buggerare me e gli altri vicini.

Io rido, non posso fare altro, la situazione è comica, ma mi chiedo anche come si possa arrivare a tanto, perché poi farlo, e chissà quante belle fregature queste care persone hanno dato nella loro vita, e mentre rifletto vedo un filippino triste che pulisce i vetri della finestra di camera loro e mi viene voglia di gridargli “scappa, vai via”, ma intanto la voce di lei lo redarguisce da dentro mentre la figlia racconta all’amica del suo favoloso aperitivo in un locale pieno di gente, quindici persone per tavolo, nessuno con mascherina perché era troppo scomoda, ed è stato fighissimo.

A cosa serve chiudere le regioni, dare regole da seguire, emanare decreti per la sicurezza sanitaria quando c’è chi, per indole, se ne frega del prossimo e pensa che l’illecito a loro sia lecito per diritto? Intanto tali fenomeni hanno già riempito le seconde case, le strade e le spiagge, come se fossero già alla fase tre o anche quattro, tanto i soldi per pagare l’eventuali multe ( che non riceveranno mai) li hanno, quindi il problema, per loro, non sussiste, per noi si, ma spero nel karma.

MUTAMENTI

undefinedIeri nono giorno della fase due e primo spostamento “lungo”, senza cambiare provincia però! Che effetto strano mi ha fatto percorrere l’autostrada, guardare fuori dal finestrino come se fosse la prima volta che vedevo quel panorama veloce di case, campi, colline, mare, tetti e strade, in mano avevo la mascherina, in borsa i guanti, l’autocertificazione e il gel disinfettante, ormai questo è un set che non possiamo dimenticare a casa, meglio scordarci il telefono o le chiavi. Quindi la prima uscita, stanata dal mio rifugio sicuro con riluttanza, per andare al solito controllo oncologico, non è una gran bella meta turistica ma, di questi tempi, un’uscita è pur sempre un’uscita a prescindere.

Ingresso in ospedale tranquillo, divieto di indossare i guanti ma obbligo di disinfettarsi le mani, quindi ho spalmato un chilo di gel, mi hanno sparato il led della temperatura sulla fronte, ho dichiarato le motivazioni della mia visita e imboccato la scala mobile per andare al reparto. Mi sono sempre piaciute le scale mobili, fin da bambina, e, proprio come una bambina, continuo a tenere un piede su un gradino e l’altro sul gradino sottostante (la distanza di due gradini ormai l’ho abbandonata), a tenere le braccia aperte per afferrare il passamano che scorre sotto le mie mani, uno a destra e uno a sinistra, non ho mai capito quelli che prendono la scala mobile per poi salirla velocemente come se dovessero vincere una gara, io mi godo questo trascinamento e non muovo i piedi finché non scorre più niente sotto di loro. Anche ieri mi sono crogiolata in questa mia passione immatura, solo che, finita la salita, mi sono resa conto di aver tenuto le mani dove chiunque le può tenere, quindi dubbio: la mia disinfezione col gel era andata a farsi benedire? Resto concentrata per non toccare più alcunché, intanto l’ansia di dover rimanere concentrata per non toccare niente mi provoca una sudorazione facciale notevole, la mascherina mi si appiccica, gli occhiali si appannano e mi sorge un altro dubbio sulla possibilità di tirar fuori un fazzoletto per detergere tutta questa condensa, l’ansia mi fa pendere per l’inopportunità del gesto, quindi proseguo. Passo davanti al bar interno che è aperto, aperto? Odore di caffè, che emozione risentire l’odore di caffè del bar, il rumore dei cucchiaini appoggiati sui piattini, l’aroma di brioches che, seppur surgelate, appena sfornate sembrano capolavori di pasticceria, ma ho un appuntamento, le mani appiccicate dal troppo gel strusciato sul corrimano della scalamobile e la sudarella, quindi cerco di convincermi che il bar fosse una sorta di miraggio nel deserto e arrivo al reparto. Altro gel, accettazione, numero in mano e poltroncina d’attesa ben distanziata, solo cinque persone possono attendere, nessun accompagnatore, nessun orpello, non era più la sala d’attesa piena, con posti liberi solo in piedi, con persone cupe e rassegnate accompagnate da parenti ammutoliti o da volontari caciaroni, eravamo cinque, in attesa, con la mascherina appiccicata, il numero in mano e lo sguardo rivolto al monitor che doveva avvisarci della chiamata, stop, silenzio surreale.

Finalmente tocca a me, entro nell’ambulatorio e mi accorgo che la sedia davanti alla scrivania della mia dottoressa, sulla quale solitamente sedevo, era stata spostata, un po’, un bel po’! Praticamente io ero seduta accanto alla porta e la dottoressa in fondo alla stanza, mi sono avvicinata per darle tutte le analisi da controllare, come se stessi compiendo un’azione illegale, e mi sono seduta. La conversazione a distanza, con mascherine, sembrava quella tra due sorde vecchiette, ma tutto è andato bene, anche la notizia che il risultato del test genetico finalmente era arrivato, vabbè, ho pensato, è stato fatto per routine, poi me ne hanno fatti fare due perché il primo non era convincente, va tutto bene, sto benino, quindi posso archiviare anche questo, no? Eh no! Mi si avvisa che ho una variazione genetica sconosciuta e che, oltre che mettere al corrente tutti i componenti della famiglia perché anch’essi potenziali portatori della stessa mutazione, devo ricominciare a fare controlli molto più serrati, urge risonanza magnetica, perché le varie analisi appena fatte non sono sufficienti a escludere una recidiva perché, mi si fa capire, io ho il cancro nel dna, quindi non me lo posso scordare come mero incidente di percorso, vive con me e, se e quando vorrà, potrà spuntare a far cucù…che cucù! Mi riempiono di fogli, prescrizioni, appuntamenti e dubbi e mi precipito alla porta di uscita del reparto. Ho la mascherina fradicia, le mani sudate e sempre più appiccicose, mi scappa la pipì, e l’aroma del caffè torna a torturarmi il naso, anche se ben nascosto, penso a come dovrei fare per contattare tutto il parentado visto che, ahimè, mia nonna paterna ha partorito sedici volte (per fortuna ne sono sopravvissuti “solo” dodici…) e i suoi figli si sono riprodotti e i figli dei suoi figli si sono riprodotti a loro volta, ma almeno mia mamma era figlia unica, quindi il problema è dimezzato. Decido di portarmi la pipì che scappa fino a casa, per non farmi venire altra ansia da bagno e da cosa toccare, e raggiungo l’ex marito che mi aveva accompagnata (la mia auto non ce la fa più, i suoi quasi sedici anni li sta sentendo tutti).

Va tutto bene, sono solo un po’ mutante, devo avvisare tutti i miei parenti che potrebbero essere mutanti e rifare un’altra risonanza. Tutto bene. Lui è tranquillo per me, meno per la possibilità di ereditarietà genetica che potrebbero avere le nostre figlie, forse sarà un motivo in più per maledire il giorno che mi ha incontrata o forse proprio non ha pensieri alcuni, non lo so, però, vista l’ora tarda, mi propone un panino sull’autostrada. Poco prima di raggiungere lo svincolo, il mio autista gira dalla parte opposta e si infila nella corsia di un Mac Drive…Lui? Quello che le schifezze no, nemmeno sotto tortura? Taccio, mi godo il momento e mi faccio prendere ciò che Joe Bastianich mi sta proponendo con sguardo ammiccante. Il momento di goduria dura poco: si mangia in macchina, ok, ma senza fermarci perché è tardi, quindi io mi ritrovo con sacchetti di carta che scottano in braccio, sacchetto con bibite tra i piedi, telefono in mano per rispondere alle figlie ansiose di avere un orario preciso del mio rientro (e son sicura che l’interessamento non era per un moto di mancanza di mamma, ma proprio per godersi il tempo senza la mamma!), cerco di non far disastri, non è la mia macchina, porgo panino e patatine al guidatore che, come se non mangiasse da mesi, ingurgita il tutto in due minuti, metto la sua bibita nel porta bibita, sistemo i sacchetti vuoti, rassetto le cose da buttare, tenendomele in braccio, e poi cerco una posizione idonea a mangiare il mio bel panino consigliato da quel figo di Joe. A pochi metri dall’ultimo Autogrill prima del casello di uscita sento del fresco tra i piedi, ma non è l’aria della macchina, è un fresco un po’ umidiccio, fortunatamente all’autista viene voglia di caffè (io son due mesi che ho voglia di caffè non fatto da me) e si ferma, apro lo sportello, tiro fuori i sacchetti che ho in braccio, riesco a tirar fuori anche un piede e scopro un lago di coca cola in cui sta galleggiando la mia borsa. Il mio bicchiere, rimasto ancora nel sacchetto, dentro il suo supporto, quindi in verticale, era difettoso e il sotto si è aperto, aprendo anche una voragine nel sacchetto, i miei piedi erano già più che umidi, il bordo dei pantaloni già impregnato e, come carta assorbente, stava portandosi l’umidità verso l’alto, possibile che io riesca a fare solo disastri? Ora ero proprio all’apice dell’appiccicume: strati di gel, di sottomano di scala mobile, di sudarella, di panino salsoso, di sale di patatine, di coca cola, di tovaglioli che non asciugano ma si sbriciolano e, davanti a me, una mano tesa con un caffè…ma chissenefrega, si, mi sono bevuta il caffè in tutto il mio putridume, mi è sembrato il più buono che abbia mai bevuto, mi ha ripagata di ogni ansia, brutto pensiero e disastro, ecco il bello della fase 2: le piccole cose, quelle che mi è mancato nella fase 1 sono state proprio le piccole cose, un caffè, prima del virus, era una pausa, una buona pausa, ora, nella fase 2 è godimento, è quella cosa che ti fa dimenticare tutti gli intoppi, la pausa diventa più sacra, intima, è un rituale con me stessa, già, me stessa, anche se piena di difetti e pure mutante, devo ricordarmi di volermi più bene, me lo devo scrivere su un promemoria, perché proprio me lo dimentico sempre!

L’essenza dell’assenza

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Assente ingiustificata. Lo so, non è carino cominciare un progetto e abbandonarlo dopo poco, soprattutto un progetto amato, voluto e desiderato realizzare, ma, haimè, io sono troppo “orso” e, quando le cose non vanno, i problemi mi soffocano, la vita mi stringe la gola io mollo gli ormeggi e mi chiudo dentro, fino a quando non ritrovo un altro porto sicuro in cui approdare. La solitudine è la mia medicina.

Oggi è il primo giorno, da più di due mesi, che finalmente sono sola: fase 2, figlie fuori, mamma felice.

La mia clausura è cominciata un pò prima di quella decretata dalle autorità, qualcosa nell’aria si stava già muovendo, come sussurri di tam tam lontani, sono stata contattata dalla mia oncologa per disdire controlli, visite ed esami, dicendomi di non uscire assolutamente, di non far venire nessuno a casa, di evitare posti chiusi, di non avere contatti con chi aveva contatti, insomma, la parola esatta per dare un senso a tutte queste restrizioni era “paziente a rischio”. Avevo appena ricominciato a “vivere”, finalmente potevo guidare, andare, fare, sbrigare cose, sognare giorni sempre meno pesanti, progettare e realizzare e un piccolo, microscopico, invisibile virus mi aveva sbarrato la porta di casa. Dopo qualche giorno il grande decreto aveva sbarrato la porta di casa a tutti.

L’annuncio della chiusura delle scuole è stato motivo di euforico festeggiamento, tipo “campioni del mondo”, da parte delle mie figlie e motivo di panico per me. Il mio primo covid-pensiero è stato un insieme di pensieri che si accavallavano creando altri pensieri che si incatenavano:

– A casa, tutte e tre, se chiudono le scuole la cosa è seria, altro che poco più di un’influenza, moriremo tutti? Sopravviveranno quei pochi che hanno un organismo da higlander? La spesa? Se faccio la spesa e tocco qualcosa su cui qualcuno ha sputacchiato roba infetta e poi mi viene da toccarmi gli occhi, o da grattarmi la bocca, o infilarmi il dito che ha toccato lo sputacchio infetto a mia insaputa in bocca o, maleducatamente nel naso? Se le mie figlie fossero già infette ma, essendo giovani, asintomatiche? Dopotutto si sono assembrate fino a ieri…se mentre mangiamo una di loro respira e inspira troppo vicino a me creando aereosol infetto? Oddio, e se si ammalassero in modo violento? Piuttosto che loro meglio che il virus prenda me, il sacrificio di una madre è un obbligo verso la vita dei figli? Vivremo chiuse in casa fino a quando? Meglio che cucini di più o di meno? Fare scorte, fare scorte, fare scorte…ma di cosa? Tutti stanno facendo scorte e io no, perchè tutti comprano solo carta igienica, farina, lievito e scatolette di fagioli ( che potrebbero forse giustificare la carta igienica…)?

Con il passare dei giorni i grovigli mentali si sono sgrovigliati, certo, ho continuato a rimanere aggiornata sulla situazione guardando solo programmi in cui parlavano della situazione, ho continuato a pensare che stavamo tutti partecipando a un “domino umano”, ma con più controllo perchè dovevo anche gestire le adolescenti di casa, già, mica una roba da poco, altro che pensare alle scorte di carta igienica, era il momento di pensare a strategie serie di sopravvivenza nervi. La gioia del primo momento in cui, con scuole chiuse e non ancora ben organizzate, hanno goduto di lunghe dormite e crogiolamenti su schermi vari, è scemata quando si sono rese conto che no, non potevano vedere le amiche, nemmeno andare a fare una passeggiata con loro, e, purtroppo, nemmeno andare ad accudire il proprio cavallo, tutto finito, niente era più come prima. La diciassettenne ha avuto un momento di smarrimento da carenza di compiti, solertemente colmato dal giovane prof di matematica che, grazie alla sua beata gioventù che lo rende smanettone tecnologico, ha messo tutti i suoi studenti online prima che l’idea fosse balenata al ministro dell’istruzione; la quindicenne, invece, ha sperato fino all’ultimo sui rallentamenti nell’uso della tecnologia, causa età non più verde, da parte dei suoi insegnanti, sicuramente deve anche aver pregato che qualche goccia di virus si insinuasse nelle loro abitazioni, ma si è dovuta arrendere all’appello che la prof di matematica ha cominciato a fare, e fa, quotidianamente poco prima delle otto di mattina ( non più giovane non significa rintronato, ma mattiniero si ), alle sue interrogazioni, alle verifiche cui lei sottopone gli alunni rimanendo attentissima ai tentativi di copiatura, il tutto grazie ai suggerimenti tecnologici per le lezioni che il suo giovane collega (prof della diciassettenne) ha dato a tutto il corpo docente. All’inizio la sofferenza maggiore l’ha avuta proprio la quindicenne, il non poter uscire, vedere gli amici, prendere l’autobus, cazzeggiare con i coetanei davanti alle scuole l’ha prostrata ma al contempo innervosita, poi, di necessità virtù, l’applicazione usata per le lezioni online è diventata la piazza del dopo scuola adolescenziale, tutti dentro stanze virtuali a fare cose, dire cose, vedere cose, le amicizie si sono allargate a macchia di leopardo e la clausura non è più stato un problema…per lei. Per me si, la sua clausura, da quel giorno, è il mio incubo.

La vita sociale della quindicenne è diventata “realmente virtuale”, cioè: amici conosciuti su piattaforme che hanno stanze virtuali che invitano gli amici degli amici in altre stanze dove possono fare amicizia, nel caso mancassero numeri a tre cifre alla loro lista di amici, però, come dice lei, sono amici veri, talmente veri che stanno organizzando un mega incontro reale per quando si potrà riassembrarci un pò ( spero mai, ma io sono orso solitario…). Siccome tutta questa socializzazione richiede tempo e la mattina ci sono le lezioni, il pomeriggio i compiti e le serie tv, il tempo per gli amici lo trova di notte. Se fino alle dieci di sera vaga per casa in pigiama, con occhiaie, brufoletti, capelli anarchici e sguardo da miope, dopo quell’ora arriva la trasformazione: trucco, parrucco e outfit da vera star, ecco, comincia la sua uscita virtuale con gli amici. Così, anche se minaccio, spengo il modem, tolgo cavi e chiudo porte, lei riesce sempre a passare la notte sveglia come un grillo, la sento ridere, parlare, armeggiare in cucina come se la mia notte fosse il suo giorno, e il mio giorno fosse ancora il suo giorno, ho una figlia bionica?

In una di queste notti in cui il mio sonno veniva interrotto da schiamazzi, sonore risate, televisore acceso, odore di toast bruciato, cane 1 che abbaiava, cane 2 che mugolava, cane 3 che russava, ho percepito un miagolio diverso. Nel mio dormiveglia, senza aprire gli occhi, ho chiamato la gatta e ho sentito il suo solito miao, seguito dal miao più profondo del gatto maschio, seguito da un miao flebile flebile, poco riconoscibile. Ho riprovato, questa volta aprendo gli occhi e accendendo la luce, a richiamare la gatta e, ancora, tre miagolii diversi e distinti, quello più flebile però proveniva dalla cuccia del cane 3 che mi guardava soddisfatto e scodinzolante e che, a sua volta, veniva guardato in modo soddisfatto dalla gatta. Decido di andare a verificare, mi alzo, controllo il cane 3 che, stranamente, non si alzava dalla cuccia e trovo accanto a lui un cosino scuro, bagnaticcio e miagolante. La gatta aveva deciso di partorire nella cuccia del cane, insieme al cane. E io che pensavo avesse messo su finalmente un pò di ciccia visto che era ancora piccoletta e gracilina, la ciccia messa su erano invece due gattini ( solo due evviva!), un maschio e una femmina che io volevo subito battezzare Corona e Virus ma le figlie mi hanno impedito subito tale scempio.

Nella fase 1 non sono riuscita ad annoiarmi come avrei voluto, in casa il caos è aumentato, così come la fame delle figlie che, se non mi vedevano ai fornelli, si cimentavano loro in qualche ricetta trovata su youtube, esperimenti culinari improbabili che lasciavano scie di fumo e pile di pentolame da lavare; nonostante non si potesse uscire c’erano mille impegni: la cantata sul terrazzo della mattina, lo sbattimento di pentole del pomeriggio, altra cantata in orario apericena, e io tanta voglia di cantare proprio non l’avevo, un pò perchè sono stonata un pò per carenza di sonno, eccesso di pensieri, indigestione di informazioni e numeri statistici, ecco, l’entusiasmo iniziale da fratellanza per ius solis e da appartenenza nazionalista, l'”andrà tutto bene” detto centinaia di volte al giorno, mi ha resa ancor più orso. Perchè ora ci vogliamo tutti bene come a Natale? Perchè siamo tutti felici di seguire le regole a parole e poi nei fatti continuiamo a fare egoisticamente gli affari nostri? Perchè qui le case estive si sono improvvisamente riempite di lombardi che garantivano di abitarci da mesi? Perchè io non posso uscire se non per comprovata necessità e il mio vicino ogni due giorni viene a vedere se la sua casa al mare è ancora intatta girando senza mascherina? Perchè gioire e riempirsi la bocca di belle parole di fratellanza? Andrà tutto bene solo se tutti si comporteranno bene, le parole non fermano questo cavolo di virus.

Fortunatamente l’informazione giornalistica ha continuato a funzionare diventando unico appuntamento di ogni palinsesto televisivo, ogni tanto cercavo un’alternativa, un film, qualcosa che non fosse la faccia soddisfatta di Mentana nel pensare che potesse battere ogni record di maratona, che non fossero tutorial su come ci si deve lavare le mani, come si prega, come si indossa la mascherina, come si toglie la mascherina, qualcosa che non mi facesse pensare, almeno per un paio di ore, di vivere dentro una pandemia Le prime settimane anche film e documentari erano a senso unico, sembrava che tutti si fossero messi d’accordo per trasmettere ancora più panico mandando in onda documentari su tutto ciò che ha fatto strage di vite umane dall’età della pietra ai giorni nostri, film storici sulla peste del seicento, film di fantascienza su un futuro lontano in cui moriremo tutti per un virus. Tra un disastro e l’altro la pubblicità: “andrà tutto bene, lavati le mani”…

Poi, pian piano, sono arrivate le polemiche, i cazzari hanno riaperto la bocca, finalmente il popolo italiano era tornato a essere italiano, a dividersi tra chi voleva aprire tutto, chi chiudere persino ciò che poteva rimanere aperto, chi tifava per il drone in cerca del podista, chi voleva la fine del campionato di calcio, chi avrebbe fatto meglio del peggio, chi non voleva troppe apparizioni di Conte in tv, chi diceva che Conte non parlava mai, chi aspettava il nuovo decreto come quelli che aspettano la puntata quotidiana della loro soapopera preferita, chi accusava di sovranismo, chi di populismo, chi accusava senza sapere il perchè ma pensando che fosse un dovere farlo, il nostro caro caos italico finalmente tornato, ecco ora potevamo dire davvero “andrà tutto bene”.

In questi giorni però ho capito una cosa: c’è tutto un mondo intorno che mi fa preferire la nostra caciara italiana. Si, abbiamo una burocrazia che, come un blocco di cemento, ci spinge a fondo affogandoci ( very italian style), siamo senza soldi, abbiamo debiti, deficit, banche che si cagano in mano davanti a decreti che le dovrebbero obbligare a elargire prestiti, prestiti che non arrivano, prestiti che poi non si sa come potranno essere restituiti, inps che si autohackera, siamo economicamente nella cacca ( e, personalmente, credo che a qualche altro stato faccia piacere, anzi, ci aiuta a rimanerci per paura che, se dalla cacca ne usciremo, avremo la testa più alta di loro…), però non siamo stupidi. Non abbiamo un presidente che consiglia ustioni e flebo di disinfettante, nemmeno chi ci dice che è meglio stare a guardare il processo naturale della creazione di un’immunità di gregge, abbiamo virologi, immunologi, scienziati, medici, economisti, giuristi, abbiamo tanta materia grigia sparsa fra i cittadini, solo che non ce ne accorgiamo e ascoltiamo quei pochi che di materia grigia deficitano.

Chi vivrà vedrà, anche se non sappiamo ancora come vivremo, l’importante è vivere.

Piccola riflessione sul concetto di libertà e libera scelta.

In questi giorni i post e commenti su fb sono a senso unico, sembra che il popolo italiano, oltre a essere diventato medico,

virologo, infettivologo e pure economista, sia anche ferrato sul come, perché, quando e, soprattutto, se fosse stata opportuna, la liberazione

 di Silvia Romano. C’è chi da’ giudizi, chi critica, chi insulta e chi urla al complotto…insomma, stiamo dimostrando di essere un popolo di tuttologi che non amano la libertà.

Chi ama la libertà ha gioito alla notizia in questione, chi ama la libertà non ha avuto interesse di sapere se Silvia avesse cambiato fede religiosa, politica, sesso, nome o mutande, queste sono scelte che rientrano nella sua libertà di scelta, nel libero arbitrio di ognuno di noi, nessuno può criticare e giudicare scelte strettamente personali ( soprattutto se non conosce il percorso motivazionale da cui sono scaturite). Questa è libera scelta e tutti dovremmo avere la libertà di farne uso.

La mia libertà però finisce dove comincia la libertà altrui e non capisco chi urla all’ingiustizia dicendo che Silvia è stata libera di scegliere e noi non possiamo ancora essere liberi di vivere come prima. In cosa possono assomigliarsi i due concetti di libertà? Se io cominciassi a vivere come prima, senza le attuali limitazioni e restrizioni, metterei a rischio la salute del prossimo e la sua libertà di seguire le regole per non ammalarsi e non contagiare. 

Siamo tutti figli ribelli a quanto pare. Se io, da genitore, metto dei limiti alle uscite delle mie figlie per seri motivi personali, nessuno può dirmi niente, sono libera di farlo in quanto tutrice e responsabile della salute e crescita della mia prole, no? Anzi, se non mi occupassi di loro potrei pure essere denunciata ai servizi sociali, no?

Allora perché continuiamo a criticare e ad accusare di averci tolto la libertà chi, per legge costituzionale, per nomina e per diritto, è predisposto alla tutela di noi cittadini? Se lo stato, e chi lo rappresenta, non si preoccupasse minimamente del proprio popolo, sia che la preoccupazione riguardi la salute, sia che riguardi atti di violenza contro la persona, ci sentiremo più liberi? 

Io no.

Destino da calendario

Oggi è l’11 novembre, San Martino, ma non c’è nebbia che copre gli irti colli, solo tanto, tantissimo vento che sta dando un po’ di tregua dalla pioggia. Qui il paese è, più o meno, in festa patronale, le bancarelle sono state allestite per il fine settimana quindi oggi è solo un lunedì come tutti i lunedì? Fino a qualche anno fa per me era un giorno da festeggiare con cena romantica per due, era il nostro anniversario, non di matrimonio, ma del primo bacio.

Era già l’11 novembre perché la mezzanotte era passata da poco, 31 anni fa, era una sera tiepida, di quel tepore strano che novembre regala ogni anno. Come succedeva da molto tempo io e lui eravamo usciti per bere qualcosa, fare quattro chiacchiere e passeggiare davanti a vetrine illuminate, era una normale consuetudine, eravamo molto amici, il mio migliore amico, quindi, anche quando uscivamo con i pochi rimasti di una compagnia che si stava sgretolando pian piano, man mano che l’età cresceva, io e lui ci ritagliavamo un nostro spazio, a fine serata, per raccontarci della nostra settimana, per farci un po’ di risate ironizzando sugli accadimenti peggiori. Era il momento migliore della serata, quello più leggero. Quella sera, visto che qualche settimana prima era riuscito a convincermi che sapeva fare a maglia ( cavolo, citava anche i punti ad hoc, come non cascarci!) per poi, alla mia richiesta di un bel maglioncino, confessare tra mille risate che non era vero niente e che era troppo divertente vedermi credere a ciò che diceva, avevamo instaurato una discussione circa l’esistenza o meno di un laghetto con cigni e papere in un paese confinante: io non l’avevo mai visto e nemmeno avevo sentito parlarne, lui ne giurava l’esistenza, raccontandomi aneddoti e dando indicazioni precise su ciò che sorgesse accanto a questo pezzetto di stagno. Pensando di sbugiardarlo, vista la vicinanza del posto in questione, gli chiesi di portarmici e, porca paletta, aveva ragione: nel buio della notte i lampioni riflettevano su uno specchio di acqua recintato, non molto grande, sui bordi lambiti dall’acqua se ne stavano accovacciati, con muso sotto l’ala, qualche cigno e qualche papera. Con la scusa di indicarmi l’unico pennuto sveglio, mise il braccio intorno alle mie spalle e mi baciò. Lo lasciai fare perché era un bel momento ma, quando rientrai a casa, ero pentita, confusa, mi chiedevo se avessi rovinato una bella amicizia, insomma, non ero molto convinta che potesse nascere qualcosa di serio. Il giorno seguente si presentò con un mazzo di fiori e un invito a uscire. Nonostante lo avessi messo al corrente dei miei dubbi e della voglia di non rovinare la nostra amicizia lui sembrava determinato e mi rispose con un “Vedrai, riuscirò a farti cambiare idea.”

Ci riuscì, anche bene, la nostra amicizia non venne intaccata, anzi, sembrava fare da solida base a ciò che stavamo costruendo. Lui mi riempiva di attenzioni, di fiori, mi faceva sorprese continue, giocavamo, ridevamo, parlavamo e non ci accorgevamo del tempo che passava. E’ stata una bellissima storia d’amore durata 29 anni, fino a quando non è andato a cercar rogna altrove, tra braccia diverse dalle mie, lasciandomi, stupita, incredula ma ancora innamorata.

Ecco, oggi è l’11 novembre e 31 anni fa non avrei mai pensato che una data potesse celare un amaro destino…non so se anche altrove c’è la stessa ricorrenza, ma da queste parti, questo viene chiamato il giorno dei cornuti.

Beh, almeno posso continuare a festeggiare qualcosa nel medesimo giorno!

Storia di un altro mondo

In queste ultime settimane, tra giornali, telegiornali e social vari, le notizie che si sono susseguite sembravano venire dal passato, da un altro paese, da un altro mondo, ma, purtroppo, è stata pura realtà ed è una realtà che fa paura. Nono sono così vecchia da aver vissuto nell’era del fascismo e nazismo, ma ho sempre ascoltato i racconti di chi, in famiglia, aveva toccato con mano gli orrori della guerra e delle ideologie razziste che la resero più crudele di quanto la mente umana possa immaginare. Ne parlavano i libri di storia, lasciando a noi studenti il giudizio e la conclusione morale di quanto era accaduto, avevamo meno strumenti di informazione, forse anche meno informazioni, ma ( grazie a questa carenza?) gli insegnamenti ci arrivavano chiari nella mente dando la speranza, a chi aveva vissuto direttamente quell’incubo storico, che le nuove generazioni prendessero coscienza di un passato, non loro, per costruire un futuro migliore. Ma a quanto pare qualche componente di questa sorta di staffetta morale/storica si è perso o ha passato il testimone in mani sbagliate.

A parte i ridicoli comizi che mi sono sembrati caricature di quelli di un vecchio regime dittatoriale in cui, chi parlava al popolo, faceva leva sulla voce alta, determinata, su frasi brevi che, dietro a una carota, nascondevano bastonate, il clou lo abbiamo avuto direttamente in parlamento, nel momento in cui ciò che doveva essere approvato a unanimità è stato approvato con maggioranza ( astenuti e contrari non fanno differenza, sono entrambi un esempio malsano di quanto l’incoerenza sia sovrana del nostro paese), e qui il mio stupore è stato doppio visto che non parliamo di ragazzini che non sanno, che non hanno studiato, che si lasciano trasportare dal vento, qui parliamo di adulti, adulti che coprono il ruolo di rappresentanti dei cittadini, adulti che devono prendere decisioni importanti e di indirizzo affinché il nostro paese vada avanti e non indietro. A tale notizia si è aperto un mondo di dibattiti denuncianti il fatto come grave e intollerabile ma, ahimè, è stato scoperchiato il vaso di Pandora e in molti, troppi, si sono sentiti autorizzati, con le spalle coperte e appoggiati, a esternare la loro ideologia razzista, come se ci fosse stato fino a ora un mondo parallelo che non aspettava altro che qualcuno facesse la prima mossa per uscire allo scoperto. Così altre notizie tristi hanno riempito le pagine dei giornali, cori razzisti hanno invaso gli stadi, le strade sono diventate la vetrina dell’intolleranza e insulti di ogni genere si sono moltiplicati sui canali sociali più popolari.

Di tutte queste notizie non mi ha stupito il coro di insulti rivolto a un famoso giocatore di colore, non mi ha atterrita sapere che, durante una partita di calcio fra ragazzini, una madre ha aggettivato con appellativi dispregiativi, riguardanti il colore della pelle, un piccolo giocatore in erba, non mi ha travolta come un tir vedere le immagini di ragazzi che, con la scusa del raduno di cosplay durante l’evento di Lucca Comics, passeggiavano beati per le strade della città vestiti con divise naziste e relative svastiche ben in vista, nemmeno mi ha lasciata basita la notizia dell’ennesimo barcone carico di disperazione i cui passeggeri preferirebbero morire affogati piuttosto che essere torturati nel “porto sicuro” libico, quello che mi ha letteralmente stesa e riempito di stupore è che tutto questo non è più un eccezione, non sono più casi isolati, l’odio verso chi non è come noi viene fomentato ogni giorno di più e l’odio porta solo altro odio, altre tragedie umane, altre sofferenze. E’ possibile che in questo paese finisca tutto a tarallucci e vino? Basta dire “so’ ragazzi..” oppure un “Se l’è cercata” e ci laviamo la coscienza? Quelli che poggiano le loro chiappe su sedili di pelle, pagati da noi, sono i peggiori perché tirano il sasso e nascondono la mano, anzi, ne nascondono due perché sanno che qualcos’altro da nascondere che ancora non sappiamo c’è, incitano all’odio, al razzismo, all’omofobia, alla persecuzione, usando sempre questi benedetti canali social ( altro che il vetusto megafono, tutto ciò che urlano sui social arriva in ogni parte, puoi combatterlo, puoi subirlo, puoi rimanere indifferente abituandoti, ma sono come le zanzare: pungono comunque) per poi contraddirsi e fare le condoglianze per la dipartita di una delle poche persone sopravvissute ai campi di concentramento, per prendere le distanze da chi usa cori troppo coloriti negli stadi, dicendo che l’astensione di voto o il voto contrario sono stati solo una mera protesta contro il governo e non contro quello che doveva essere approvato ( ma davvero? Allora io mi astengo dall’andare votare alle prossime elezioni per protesta contro il mio vicino di casa spione e rompiballe), si indignano sulle infinite violenze sulle donne ma sono i primi a trattarle come cioccolatini da gustare, a sentir loro lottano per un’Italia migliore ma il loro concetto di “migliore” è rappresentato dalla famiglia del Mulino Bianco, quindi via ogni tipo di colore, etnia, stato sociale non conforme al matrimonio religioso e orientamento sessuale non compatibile con quest’ultimo. Cosa significa un’Italia migliore? Un paese in cui è passato il tornado di Mastro Lindo ripulendo pure le coscienze?

Le conseguenze cominciano a sentirsi, l’odio e il razzismo, che dovevano scemare con il passare degli anni, dei secoli, proprio in virtù di ciò che la storia avrebbe dovuto insegnarci, stanno prendendo velocemente piede nel nostro paese come una pianta infestante e le nuove generazioni stanno crescendo dentro a questo caos di presunta (im)moralità, prendono ad esempio esempi sbagliati, si salutano con il braccio teso, inneggiano a uno stato dittatoriale che non conoscono perché manco sono arrivati a studiarlo sui libri, chi si tiene lontano da ideologie politiche usa l’ignoranza ( nel senso letterale) per sentirsi autorizzato a distruggere, non rispettare e calpestare il prossimo, le frasi “non l’ho fatto apposta…non sapevo quello che facevo…non potevo immaginarlo” sono già impostate di default su tutte le tastiere dei telefonini ( come il classico “Sto arrivando” che spunta appena digiti la sillaba “sa”), insultano con una naturalezza disarmante, si nascondono dietro uno schermo come se si sentissero in dovere di usare al peggio la tecnologia, spesso, ed è la cosa più triste, con l’unico scopo di farsi due risate o di passare il tempo perché si annoiano. Ma la colpa è anche nostra, noi gli abbiamo muniti di questo strumento, noi gli abbiamo dato esempi sbagliati, noi non gli diamo qualcosa in cui credere e combattere: chi di noi adulti non si fa quattro risate sulle battute che circolano sulla ragazzina svedese che sta girando il mondo per smuovere le coscienze cercando di salvare il suo futuro e quello dei suoi coetanei? In quanti di noi sono disillusi e scettici su ciò che va dicendo e, per pigrizia e comodità, continua con le solite abitudini antiecologiste? Purtroppo i giovani oggi hanno un’idea così distorta di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato che mi vien voglia di non invecchiare per non assistere allo sfacelo definitivo dell’umanità. Se davvero si potrà vivere su Marte io ci vorrei andare anche solo per guardare la terra implodere di odio, rabbia, guerre e denaro.

Non ho formule magiche, soluzioni efficaci o equazioni scientifiche che possano aiutare a eliminare tutto ciò che c’è di brutto al mondo, basterebbe avere, ognuno, un minimo di coscienza e di memoria. Con la memoria ti formi la coscienza e con la coscienza prepari il futuro, troppo difficile? Forse è troppo facile e ciò che sembra ovvio e semplice non attecchisce nelle terre coltivate dai social…

Cattivi pensieri

Ogni giorno le solite cose: scuola, casa, pulizie che sembrano missioni impossibili, rogne, file…ancora scuola, cucinare, ripulire di nuovo, diventare giudice di pace ( senza riuscirci), psicologa, cameriera, autista, ricucinare, ripulire per l’ennesima volta, ancora cercare di dirimere le  controversie assurde di due adolescenti femmine ( i maschi si limitano a cercare di arginare silenziosamente le loro tempeste ormonali, le femmine, a questa età, parlano, parlano ancora, urlano, piangono, cantano e, soprattutto, discutono su tutto) e, quando finalmente la casa dorme e mi ritrovo da sola penso alla fatica che sto facendo, a quanto mi servirebbe un lavoro, ai curricula che ho mandato a mezzo mondo e che, sicuramente, sono stati cestinati, insomma, in questo paese si fa fatica a essere una donna/mamma/single/disoccupata.

Stamani, mentre riportavo il mio carico di tre adolescenti a casa, ho incontrato sulla mia strada, solitamente poco trafficata in questa stagione, mille intoppi causati da anziani al volante…

Non se ne abbiano a male gli over 70, ma non penso di essere l’unica a chiedersi perché, se sei anziano e traballante e i riflessi si sono scordati di te da un po’ di tempo, ti devi comprare un mega suv che non riesci a guidare, che non riesci a parcheggiare,  di cui non riesci a valutarne le misure e ti incastri in stradine strette prendendotela con chi le ha ideate…perché? Perché, voi persone mature, oltre che di prendere le medicine, vi scordate di mettere la freccia quando svoltate? Perché poi frenate improvvisamente, senza che davanti a voi ci sia un ostacolo? Forse perché vi siete appena ricordati quella cosa che dovevate fare, tipo, svoltare 200 metri fa? E le vecchiette? Anche loro, seppur osano auto meno ingombranti, riescono a seminare il panico stradale. Vi è mai capitato di incontrare, proprio quando siete in ritardo e avete una fretta tremenda, la classica macchina lumaca che va a 20 km/h ma stando nel mezzo in modo da essere insuperabile? E quelle che girano con le amiche e che, appena avvistano un parcheggio, frenano per farle scendere improvvisandosi parcheggiatrici e, per entrare in un posto in cui starebbe comodo anche un tir, fanno mille manovre creando una fila immensa dietro di loro e se qualcuno osa suonare un clacson, loro agitano la mano con molta flemma, come la regina Elisabetta? Chi si ritrova un vecchietto davanti ha una percentuale di finire coinvolto in un terribile incidente più alta del normale.

Insomma, mentre cercavo di scartare tutte queste specie di esperti guidatori, con i tre adolescenti che mi incitavano alla strage, mi è venuta un’idea geniale che potrebbe risolvere tutti i problemi finanziari di questo paese: finchè i vecchietti guideranno macchine grosse e indistruttibili usciranno sempre indenni dagli incidenti che creano, giusto? Perché non mettere l’obbligo che, dopo una certa età, debbano guidare solo apette o quelle micromacchine pericolose? Sono crudele? Però pensateci…ora tantissimi ragazzini si muovono con delle macchinine assurde che sono pericolosissime e mortali anche con un semplice tamponamento, perché mettere a rischio i giovani che devono costruire un futuro? Invertiamo le parti, diamo il rischio a chi ha già dato nella vita…l’Inps riuscirà a coprire le voragini pensionistiche, la disoccupazione calerebbe portandoci a cominciare ad amministrare questo paese in un’ottica più giovane visto che, secondo il mio ragionamento, anche la classe politica potrebbe essere sfoltita…e di parecchio! Potrei trovare lavoro…magari!

Vabbè, lo so, sono cinica, non devo pensare a queste cose soprattutto perché tutti noi diventeremo vecchi e non vorremmo certo essere trattati da condannati a morte, però, proprio mentre ridevo dei mie cattivi pensieri, ecco che davanti mi si propone un’altra lunga fila di macchine, cerco di vedere se è un problema di traffico ma mi accorgo che, in mezzo alla strada, ci sono tre macchine distrutte, due autoambulanze e un taxi…sul taxi c’è salita la vecchietta che aveva causato l’incidente, gli altri due guidatori li hanno caricati sulle ambulanze che sono partite a sirene spiegate…ognuno tragga le sue conclusioni, a me viene da riderci su!

(Di)mostra ciò che sei

Ieri sera, sempre accompagnata dalla mia cara e vecchia emicrania, ho guardato il programma della Bignardi, “L’ Assedio” sul canale 9, senza mettere troppo interesse ho ascoltato la canzone di una rapper milanese, a me sconosciuta ma nota alla quindicenne. Sinceramente non amo molto quel genere di musica, ma, costretta dalla figlia, ce l’ho nelle orecchie tutto il giorno, quindi forse parto già con un po’ di dente avvelenato, ma confesso che non ho proprio capito il senso dell’intervista. La cantante Myss Keta aveva il viso coperto da un pezzo di stoffa/lamè e mia figlia mi ha spiegato che è sempre a viso coperto, nessuno l’ha mai vista senza il suo bolerino parafaccia, ok, ho pensato, l’anonimato attira curiosità e fans, niente di strano visto che non è la prima, e non sarà certo l’ultima, a usare questo escamotage, ma l’immagine di mistero e curiosità sulla sua identità non collimava con quello che diceva. In sintesi, queste sono le sue affermazioni:

“È difficile stimarsi e accettarsi nelle proprie molteplicità. Penso di avere capito che una persona è molte cose, non esiste un solo aspetto, non esiste la persona che va in ufficio, che vive la famiglia, che esce la sera, che vede i suoi amici. Esistono tutti questi aspetti. Noi tutti siamo una moltitudine, e dobbiamo accettarci nella nostra moltitudine. Non è semplice, ma, una volta che riesci a fare questa operazione, è come se ti si liberasse il cervello. A un certo punto capisci che molti condizionamenti e molte gabbie che ti sei messa nel corso della tua vita in realtà te le sei posta tu stessa…L’accettazione di se stessi è il punto focale. Nel momento in cui ti accetti, includi.”

Insomma, il suo manifesto è cercare di convincere tutte le ragazze a essere se stesse al 100%…allora perché si nasconde? E’ fiera di essere se stessa, di accettarsi in tutte le sue molteplicità e perché lo fa dietro una maschera? Chi è fiero di essere se stesso non si nasconde, anzi, vuole mostrare quello che è senza problemi. Ho chiesto alla quindicenne cosa pensasse, esponendole le mie perplessità, e mi ha risposto con un “Mamma sei troppo vecchia per capire, se lei vuole nascondersi il viso a te cosa importa? E’ libera di fare quello che vuole, anche il nascondersi è indice di accettazione di se!”. Non lo so, a me non sembra, anzi mi sembra proprio un paradosso. Se la maschera ci ha sempre coperto, per comodità, per inclusione, per conformismo o per paura, quando ti liberi da tutto quello che ti imponeva di essere uno, nessuno e centomila, la maschera la butti, la bruci come le femministe bruciavano i reggiseni simbolo, per loro, di costrizioni sessiste ( poi le stesse, arrivate a una veneranda età, si sono accorte che il reggiseno non è costrizione, ma aiuto contro la legge di gravità…), insomma, fai della tua faccia il simbolo del manifesto che stai propagandando, no?

Sicuramente ognuno è libero di fare quello che vuole, sono la prima che difende la libertà in ogni campo, ognuno è libero di fare cazzate ( sempre che non vadano a ledere la libertà altrui), di cavalcare l’onda di un momento storico in cui l’apparire conta più dell’essere, ma non è come l’apparire degli anni ’80 in cui era una sorta di apparenza formale, ben catalogata in specie e sottospecie, qui si parla di un apparire caotico, senza identificazioni in categorie, basta apparire, avere like, followers, twittate con il proprio nome seguite dal cancelletto ( che cavolo, fino a che non è spuntato twitter è sempre stato chiamato cancelletto, ora non si può, perché deve assumere nuova identità anche lui?). Non sto dando un giudizio da vecchia nostalgica del tipo “Ai miei tempi era meglio”, “Una volta si che esistevano gli ideali” o peggio “Si stava meglio quando si stava peggio” perché altrimenti potrei concludere la mia elucubrazione con un bel “Non esistono più le mezze stagioni” ( e ho una gran paura che Greta mi attaccherebbe un pippone per spiegarmene il motivo), cerco solo di capire cosa significhi essere se stessi, lontano da riflettori e social.

La puntata è proseguita con una fantastica Michela Murgia, che ha dimostrato quanta forza c’è dietro a una donna e ha affondato il coltello, spero, per svegliare molte menti assopite e intorpidite dalla comodità di pensieri pigri, ma è stata con la successiva intervista al sindaco di un paesino pavese che ho avuto risposta alle mie domande: lui è se stesso, ha lottato per esserlo e non si è nascosto dietro drappi colorati, ci ha messo la faccia, una faccia che è rassicurante e ispira fiducia, a tal punto che tutto il suo paese ha votato per lui, vecchi, giovani, followers o no, sono stati tutti d’accordo nel consegnare l’amministrazione del paese nelle sue mani, nelle mani di un uomo che si chiama Gianmarco Negri: https://www.youtube.com/watch?reload=9&v=_1LUrEaQhdI ecco, questo uomo è se stesso al 100%. Senza filtri televisivi, con coraggio e sensibilità, questo è il messaggio che spero che mia figlia abbia percepito nel guardare la trasmissione con me, anche se la sua attenzione era più verso le schermo del telefono e i messaggi che le arrivavano per organizzare la serata in discoteca di stasera.

L’emicrania mi ha distrutta a tal punto che mi sono addormentata (finalmente) e ho perso il resto della puntata, stamani però mi sono svegliata con la testa leggera, voglia di fare mille cose e la mano gonfia e dolorante ( non posso pretendere la perfezione), nella mente avevo ancora ben chiare alcune frasi della Murgia e del sindaco Negri e ho sorriso a me stessa, con beatitudine, perché è così che mi fanno sentire le belle persone. In questo momento il sorriso e la beatitudine sono scappati all’estero: ho cinque adolescenti che si stanno preparando per la serata in discoteca, la camera della quindicenne sembra “Il salone delle meraviglie”, la musica è assordante ma le loro urla la sovrastano, si truccano, cantano, ridono e twerkano, ahimè, si, twerkano pure bene e la quindicenne sembra che sia nata per farlo…ognuno vuole mostrare il meglio di sé: chi la faccia, chi il sedere, chi il cervello e chi ci lascia immaginare cosa potrebbe essere il meglio di se!

A testa china

A testa china, anche se da due giorni mi scoppia, come se avessi un martello pneumatico dentro, a testa china per non inciampare, per osservare da un altro punto di vista, per volare basso, a testa china per ammettere errori, colpe, distrazioni e chiedere scusa. Non è poi così difficile.

Ieri avevo febbre, emicrania e dolori in ogni dove, ma anche la riunione scolastica annuale, quindi, accompagnata da un’amica, nonché madre di un compagno di classe della sedicenne, mi sono recata a scuola delle figlie, già con un sentore di ansia visto che la mattina avevo ricevuto una chiamata dalla segreteria in cui mi si avvisava che un’insegnante della quindicenne mi aspettava il giorno dopo per un colloquio. Benché la mia mole potrebbe consentirlo, non sono ancora riuscita nell’intento di sdoppiarmi, quindi, visto che ogni classe aveva la sua riunione alla stessa ora, vigliaccamente mi sono recata nella classe della sedicenne, avvisando che sarei andata in quella della quindicenne il prima possibile. Eravamo in quattro più l’insegnante, come sempre, ed è stato rapido e indolore, anche perché le problematiche della classe sono sempre le stesse da quattro anni ormai, ma, sempre da quattro anni, i genitori che dovrebbero prendere coscienza della situazione, e rendersi conto che nessuno ancora è riuscito a partorire il figlio perfetto, eludono, svaniscono, diventano entità sovrannaturali di cui si conosce il nome ma non l’immagine. Vabbè. Corro verso l’altra aula ( per fortuna quest’anno sono nel medesimo piano, una in cima e una in fondo al corridoio, ma la falcata almeno è lineare e rapida, lo scorso anno le scale mi avevano fatto arrivare stravolta, sudata e accaldata, un bel figurino di madre), chiedo permesso ed entro. Qui la situazione è diversa, le mamme sono più numerose ma anche stizzite e immusonite. Mi siedo, ascolto le ultime raccomandazioni dell’insegnante e, quando la riunione finisce, chiedo al genitore che ho dietro cosa era stato detto prima del mio arrivo. Mi viene spiegato che hanno fatto presente che c’è un gruppetto di tre alunni che disturba le lezioni, i tre moschettieri chiacchierano, ridono, non rispettano la concentrazione di chi è interrogato e creano in classe un caos tale che gli insegnanti tendono a dare dei compiti in più per punizione, a tutti “azzerando così la meritocrazia”( testuali parole della genitrice stizzita). Visto che la matematica è il mio mestiere, faccio due più due e la somma tra la convocazione per il giorno dopo e le lamentele per il gruppetto mi dà un risultato di assoluta colpevolezza della quindicenne. Alcune mamme, che mi avevano chiesto in prestito la penna, sembravano più disposte al sorriso ma quando, nel restituirmela, mi hanno chiesto di chi fossi genitore, alla mia risposta si sono stizzite e ammutolite. Capo chino. Torno a casa, chiedo spiegazioni alla quindicenne, con il martello nella testa che non va un attimo in pausa, lei fa la faccia stupita, si, ammette di chiacchierare, ammette di ridere, ogni tanto, ma giura di essere una studentessa attenta ed educata, semmai la sua amica, non più del cuore ma di merende si, è più agitata e impertinente. Scommetto che l’amica avrà detto le stesse cose alla madre, ognuna si para le chiappe e io non sono nata ieri, purtroppo, per non capirlo. Mi parte l’embolo, minaccio la dipartita del telefono e, soprattutto l’attesa uscita in discoteca per giovedì sera, ma lei discute, apre dibattiti che io non riesco a gestire perché il martello pneumatico ha deciso di aumentare il ritmo di lavoro.

Stamani, a testa china, sono andata al colloquio con l’insegnante che mi ha confermato l’esatta soluzione della somma che avevo fatto il giorno prima. Le hanno pure buttate fuori dall’aula un paio di volte, i genitori degli altri alunni si stanno lamentando e vorrebbero una punizione esemplare, si, l’amica è la mente, quella che cerca di trascinare mia figlia, quindi, a detta dell’insegnante, basterebbe che prendesse coscienza e amor proprio per togliersi il vello da pecora, ma io sono peggio dell’insegnante, non dò attenuanti alla quindicenne perché credo che abbia un’età tale da poter scegliere se essere pecora o meno, da capire le conseguenze del proprio comportamento, quindi chiedo che vengano divise e messe il più lontano possibile l’una dall’altra, prometto che a casa mi impegnerò nel farle capire che il suo atteggiamento è sbagliato e chiedo all’insegnante che, se dovessero capitare altri episodi di disturbo delle lezioni, non abbia remore a impartire un’adeguata punizione. La professoressa è sollevata, si aspettava un genitore pronto a difendere la figlia a spada tratta, a colpi di denunce e minacce ( vuol dire che ormai questo è diventato il normale comportamento? ), ma ha davanti una genitrice comprensiva e collaborativa, quindi è meno titubante nell’avvisarmi che, al prossimo richiamo, la punizione è già stata decisa: sospensione con obbligo di frequenza e un bel cinque in condotta. Deglutisco, il martello pneumatico ha ricominciato il suo bel turno di lavoro, mi sento l’occhio che balla, ma, impavida, rincaro la dose e suggerisco che la sospensione non sia con obbligo di frequenza scolastica ma con obbligo di servizi sociali in un ricovero per anziani.

A testa china, ogni tanto dobbiamo guardare a terra, chiedere scusa ma con la consapevolezza di aver davvero qualcosa di cui scusarsi, io, sicuramente, ho abbassato troppo la guardia con la quindicenne e devo cominciare a essere una madre più presente ( ma non pressante) nella sua vita scolastica, spiegarle cosa significhi studiare, cosa significhi il rispetto per il prossimo e darle una ripassata di regole di educazione, ma un bagno di umiltà farebbe bene anche a quei genitori che si lamentano di tutto e tutti, quelli che considerano i figli infallibili, quelli che danno sempre la colpa agli altri per le proprie carenze o errori. Insegniamo ai nostri figli che si, è bello essere baciati dal sole a testa alta, ma guardare in basso ogni tanto ci riporta alla realtà, guardiamo dove camminiamo e, soprattutto, se stiamo calpestando qualcuno o qualcosa.

E il terzo moschettiere? E’ un maschio, adolescente e con gli ormoni impazziti, quindi va dietro alla figa, ma in questo caso sarebbe meglio dire alle fighe!

L’età dell’apparenza

Oggi la quindicenne è uscita senza telefono, non perché lo abbia dimenticato, ma perché suo padre le ha imposto qualche ora di stacco dall’aggeggio infernale e lei ha scelto le ore in cui esce con le amiche: così suo padre è felice perché pensa che lei accetti le sue regole e lei è ancor più felice perché ha gabbato il padre facendo finta di accettare le regole ( rientrerà a casa e l’aggeggio infernale ritornerà a incollarsi alla sua mano per continuare le infinite conversazioni con le amiche…) e vissero tutti felici e contenti! Quando è fuori lo usa meno, sicuramente solo per chiamarmi e implorarmi di andarla a prendere, o di poter rimanere ancora un po’ fuori, o di poter cenare dall’amica, o di poter portare l’amica a cena qui, insomma, fuori casa il cazzeggio telefonico viene messo in standby. Così accanto a me ho il suo strumento del potere, acceso ma inaccessibile da ogni tipo ti password provata, con schermo ridotto a una ragnatela, dagli urti della sua vita, che ogni tanto si accende mostrando notifiche varie, di messaggi, di avvisi, notifiche di notifiche, scadenze di avvisi, dirette instagram, gruppi attivi e in vena di attivarsi, insomma, un vero e proprio concerto di suonerie visto che, la quindicenne, differenzia i suoni a seconda di chi manda cosa e, soprattutto, ha il vizio di dare a tutti i componenti della sua rubrica un nomignolo seguito da immagine ridicola o ritoccata per renderla tale. Ieri mattina è uscita con le amiche per cambiare una maglia e, dopo un po’, sua sorella, avendo bisogno di un’informazione, l’ha chiamata al telefono, io ero nelle vicinanze e mi sono alquanto stupita che il linguaggio usato non fosse il solito, anzi, la sedicenne sembrava gentile e pacata, ha pure ringraziato a fine telefonata, per poi mettersi a ridere una volta riattaccata la conversazione: la quindicenne aveva dimenticato il telefono in un negozio di una nota catena di prodotti per il make-up e la gentilissima commessa ha risposto alla telefonata, così come ha risposto a tante altre telefonate che sono arrivate mentre il telefono era li, quindi era ilare molto ilare nell’avvisarci che aveva chiamato anche Spazzoletta, Mocio in menopausa, Troione, Montone, Lagna, Vodka e pure Papi o Papozze. Io, nella sua rubrica, sono “La mami” e ho l’immagine del suo piede che ricopre la mia faccia, sua sorella è stata catalogata con foto rubata in un suo momento di intimità digestiva e suo padre è stato photoshoppato rendendo la sua faccia tonda, liscia, rosea, come un didietro.

Come predetto, in questo momento ho ricevuto una telefonata da un numero che non ho in rubrica: era la quindicenne che chiedeva chi andasse a prenderla e cosa avessi intenzione di fare per cena, ah, si è anche raccomandata di mettere il suo telefono in carica perché il momento del ricongiungimento sta per arrivare e deve aggiornare Spazzoletta, Mocio in menopausa e Vodka visto che non erano con lei.

Questa è l’adolescenza di oggi, tutto è fake, anche i nomi, le immagini e i contenuti, ma era meglio prima o è meglio adesso? Secondo me anche noi adulti, se avessimo avuto gli stessi strumenti e gli stessi contesti di oggi, avremmo fatto le medesime cose, cioè, l’adolescenza rimane pur sempre un’età critica, pesante e inquietante per chi non la vive direttamente ma la subisce indirettamente, a prescindere dall’epoca in cui si vive, rimane un’età in cui si ha voglia di crescere, di non pensare, di essere leggeri ma con dubbi pesanti per chi la vive direttamente, non cambiamo la parte emotiva di ciò che siamo; è un po’ come essere su una giostra che gira: a noi sembra di muoverci, ma in realtà siamo fermi, rimaniamo noi, è il mondo fuori che si muove, ma se lo fa troppo in fretta, però, rischiamo di cadere dalla vertigine che provoca il non riuscire a fermare ciò che ci appare davanti.

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