NUOVI SEGNALI E VECCHI RICORDI

E’ cominciata la scuola, me ne sono accorta, era nell’aria, i segnali erano chiari ma diversi dai soliti, questo è l’ultimo anno di liceo per la quasi diciottenne e a me è presa un po’ di nostalgia dei vecchi rituali pre-scuola: niente lotta ad armi impari tra me e i rotoli di plastica per rilegare i libri, nessun accenno di odore legnoso da appuntatura matite, ho chiuso con i crampi alle dita dallo scrivere ripetutamente nome, cognome e classe, su centinaia di etichette, i ricordi delle giornate dedicate all’acquisto di quaderni, cartelle, astucci stratificati e già ripieni, gomme e penne cancelline di ordinanza stanno sbiadendosi, il tempo è passato così velocemente che dal “Mamma mi compri i pennarelli nuovi” al “Mamma fatti gli affari tuoi, non ti azzardare a comprare niente senza la mia approvazione, anzi, dammi i soldi che mi arrangio io” è stato un attimo. Così, anche per questo ultimo anno, non mi sono impicciata e ho lasciato che fossero altri segnali a ricordarmi che un nuovo anno scolastico stava ricominciando. Per esempio il chiedere della quasi diciottenne alle amiche quali compiti per le vacanze dovessero fare, il suo stare a casa, e senza dormire, per almeno un paio d’ore e seduta alla sua scrivania, il cercare i libri che erano della sorella e non accorgersi che questa glieli aveva già lasciati fuori da camera sua da almeno una settimana, il vederla concentrata davanti al telefono in cerca di riassunti dei libri che doveva leggere, il farmi lavare tutti i pantaloni lunghi abbandonati da giugno in fondo al suo armadio…Lei, il ciclone biondo piastrato quasi diciottenne, il giorno prima dell’inizio della scuola, poco prima di uscire per fare l’ultima cena con le amiche, mi aveva dato istruzioni precise:

“Allora mamma, l’organizzazione per domattina è questa: devo essere davanti al cancello della scuola almeno un quarto d’ora prima, ho appuntamento con le altre e siamo tutte d’accordo, visto che ci sono due ragazze nuove che vogliono subito appropriarsi dei posti in fondo, dobbiamo essere sicure di entrare per prima, ma ti rendi conto? Arrivano quest’anno e vogliono pure il diritto di scelta del posto, ma non potevano venire due maschi invece che due femmine? Spero che almeno siano brutte! Poi ora con loro siamo in 16, o 18? Sai che non mi ricordo in quanti siamo in classe? Secondo te potrebbero metterci in una classe più grande? Comunque, tu mi porti a scuola, non vado con lo scooter, pronte a uscire alle 7,30, mi raccomando! Dove hai messo la mia roba lavata? Dove sono le mie magliette? Dove sono i libri nuovi? In questa casa non si trova mai niente!” Non ho avuto il tempo di rispondere che il ciclone biondo piastrato era già fuori dal cancello, in sella allo scooter che non avrebbe utilizzato l’indomani.

La quasi diciottenne ( e anche la ormai universitaria diciannovenne) frequenta lo stesso liceo in cui mi sono diplomata, però sembra tutta un’altra scuola. Ai miei tempi si andava a scuola in autobus, motorino o bicicletta, mai visto genitori accompagnare i propri figli, ora gli autobus non passano più dappertutto ed è più complicato accompagnare i figli alla prima fermata utile che portarli direttamente, nel parcheggio della scuola non si vede nemmeno una bici: o scooter, o moto o macchinine. Ai mie tempi il liceo era a pochi metri dal mare, in un palazzo grande, austeramente maestoso, dalle finestre delle classi potevamo vedere quelli che, invece di venire a scuola, se ne andavano a cavalcare le onde con la tavola da surf sotto il braccio; non avendo la palestra andavamo a piedi fino alle scuole elementari o alle scuole medie che, alternandosi, ci concedevano l’uso della loro, oppure, nelle giornate di sole, andavamo a far ginnastica in spiaggia, a noi ragazze piaceva di più perché il tragitto era più breve ( bastava attraversare la strada), potevamo prendere un po’ di sole e, soprattutto, la prof non ci massacrava con esercizi effettuabili solo in palestra, erano i tempi in cui i maschi avevano un prof uomo e le femmine una prof donna, per fare numero univano due classi, ma niente mescolio di sessi durante le ore di educazione fisica! Ora quel palazzo è diventato la sede del comune e il liceo è stato trasferito nell’edificio che, ai miei tempi, ospitava la scuola media, niente più vista sul mare e frescura da pineta. ma ingresso principale ( da cui è vietato entrare e uscire) su una strada stretta e trafficata, ingresso sul retro caldo, polveroso e assolato o melmoso e allagato, dipende dalla stagione. Ai miei tempi non c’erano svariati indirizzi, il liceo scientifico era solo liceo scientifico, stop, nessuna variazione sul tema, c’erano due sezioni per ogni anno, solo nell’anno in cui mi sono iscritta arrivarono a tre, ma fu un caso straordinario, ogni anno si perdevano compagni e si acquisivano compagni a causa delle bocciature, più o meno il numero rimaneva quello, in classe mia questo via vai non ha mai intaccato la differenza numerica tra maschi e femmine lasciando il concetto di “quota rosa” alle generazioni future e noi con un 7/27 di femminilità. Oggi ci sono più classi, più indirizzi, più scelta sicuramente, meno differenze numeriche tra maschi e femmine, anzi, in alcuni casi più femmine che maschi, ci sono più aule dedicate a laboratori, c’è la palestra, l’aula magna, la biblioteca, la segreteria, i distributori automatici in ogni corridoio, ma niente preside, ormai i presidi devono gestire più scuole, non più una ma molte che nel loro accorparsi gestionale si chiamano istituti, anche se sorgono in comuni diversi e/o distanti, sono un diversamente tutt’uno, oggi il preside sta solitamente nella sede più grande, ogni tanto fa capolino nelle altre sedi, ma niente che possa essere messo a confronto con la figura del preside di una volta. Ai miei tempi il nostro preside era l’incubo per studenti e insegnanti, arrivava prima dei bidelli, si metteva in cima alle scale, davanti al portone, braccia incrociate, a far la conta di quelli che entravano mentre riusciva a minacciare con lo sguardo quelli che, da lontano, tentennavano, le lezioni cominciavano alle 8 ma lui faceva suonare una campanella alle 7,55 e con la quale dichiarava la chiusura definitiva del portone, chi voleva entrare tra le 7,55 e le 8 si prendeva una sorta di penalità, arrivati a tre penalità dovevamo presentarci accompagnati da genitore, stessa penalità valeva per il corpo docente ma non ho mai saputo se anche loro, raggiunta la soglia 3, dovessero presentarsi con un genitore, un familiare o un avvocato. Il nostro preside, uomo magro, quasi appuntito,  che a me sembrava anziano  per la pelle rugosa del volto e le mani chiazzate dalla psoriasi, ma poteva anche non esserlo, indossava ( sempre, da settembre a giugno) un cappotto/impermeabile scuro, di pelle, che noi ragazzi definivamo pelle di studente, allo scoccare delle 8, usciva dall’edificio, saliva sulla sua Fiat 127 bianca e faceva il giro del paese, stradina per stradina, in cerca di ragazzi che avevano “salato” ( ogni regione ha il suo modo di indicare il non andare a scuola all’insaputa dei genitori), missione non impossibile visto che il paese si svuotava da settembre a giugno, quindi facile individuare ragazzi in fuga. Finita la missione tornava a scuola e prendeva possesso del suo ufficio, ordinatissimo, asettico, semibuio, pronto a ricevere gli alunni che dovevano giustificare eventuali assenze, tremanti al pensiero delle sue domande, del suo guardare con attenzione da esperto grafologo la firma del genitore; alcuni studenti sfidavano la sua severità appoggiando le proprie mani sulla scrivania in vetro, lasciando impronte unte da merende succulente che vendeva la bidella all’ingresso, sapendo perfettamente quanto il preside tenesse ad avere la sua scrivania immacolata, splendente e riflettente come uno specchio. Ogni tanto, durante le ore di lezione, faceva il giro delle classi, irrompendo improvvisamente e, dopo aver preso possesso della cattedra, interrogava a caso, ma chiedendo quasi sempre le stesse cose di letteratura italiana, una delle sue domande preferite era: “Di cosa era goloso Leopardi?”. Aveva uno spiccato senso della giustizia, forse più che giustizia aveva assunto perfettamente il ruolo di giustiziere, così che, quando qualcuno osò scrivere una frase offensiva sulla porta di uno dei bagni, lui la fece smontare e la portò in tour in ogni classe per verificare la calligrafia di ogni alunno, o quando una mattina, aprendo il portone si trovò un fiume in piena ad accoglierlo e lui passò mesi a indagare sulla vita extrascolastica di chi, secondo lui, avrebbe avuto il coraggio e gli strumenti per sfidarlo, e sfidarlo era davvero diventato il divertimento massimo, aveva dato modo di far sviluppare una notevole fantasia: sigillare con chiodi e attack la serratura del portone, versare acqua sui gradini esterni, in mattinate ancora non albeggianti ma fredde, in modo da creare uno strato invisibile di ghiaccio, scrivere a caratteri cubitali insulti sul muro laterale esterno, in alto, talmente in alto da fare venire il dubbio che lo scribacchino anonimo fosse munito di jet pack, intasare gli scarichi dei gabinetti con rotoli interi di carta igienica, ma lui non si disperava, né si abbatteva, anzi, trovava un modo per evitare una ripetizione del danno, come quando tolse la carta igienica dai bagni di tutta la scuola, compresi quelli degli insegnanti, e chi avesse avuto bisogno di espellere qualche funzione corporale doveva passare dalla presidenza, richiedere la carta igienica, rispondere alla sua domanda sull’entità del bisogno perché con bisogno piccolo elargiva pochi strappi, con bisogno consistente poteva dare qualche strappo in più. Se all’epoca la dittatura presidenziale mi dava ansia, oggi si è tramutata in un bel ricordo, ancora mi provoca ilarità e anche un po’ di nostalgia della mia gioventù.

Sembro uno di quei vecchietti da cantiere che osservano scuotendo la testa e dicendo “Ai miei tempi le cose si facevano meglio.”, lo so, e non voglio esserlo, dopotutto io ho una percezione della scuola basata su esperienze e ricordi lontani e soggettivi,  stessi ricordi li avranno, tra parecchi anni, anche le mie figlie, così i cambiamenti rimangono uguali nel tempo.

Tornando al presente,  il ciclone biondo piastrato quasi diciottenne non era ancora tornato dalla sua cena di addio all’estate quando ho deciso che era l’ora di andarmene a letto visto che mi sarebbe toccata una levataccia la mattina seguente. Cioè, io, l’adulta,  madre, con alle spalle tutti i gradi di scuola possibili fatti, mi stavo preoccupando di alzarmi presto per portare la figlia a scuola mentre la figlia se ne stava a festeggiare fregandosene della possibile stanchezza che avrebbe avuto la mattina successiva. Vabbè. Verso mezzanotte e mezza vengo svegliata dalle urla della quasi diciottenne che non trovava il suo zaino. “Mammaaaaaaaa, dove hai messo il mio zaino, come faccio domani?” Io il suo zaino non l’avevo toccato, ovvero, dopo un mese dalla fine della scuola gli avevo cambiato di posto: da terra davanti alle scale che portano alle camere a terra davanti alla porta di camera sua. “Mammaaaaaa ma sei sorda??? Mi vuoi aiutare???? Stai sempre a dormire!!!”, oddio, sempre sempre no, solitamente soffro di insonnia, ma stavolta ero crollata in un sonno beato. “Guarda bene in camera tua, magari l’hai usato per andare al mare qualche volta”,  “No mamma, figurati se mi porto lo zaino al mare, in camera mia non c’è, ho cercato dappertutto, qualcuno me l’ha fregato!!!”,  “Guarda se è stato appeso sotto la marea di giacche e giacchini giù nell’ingresso”. Due minuti di silenzio, il tempo per riposizionarmi tra i cuscini e di nuovo mi sento chiamare “Mammaaaaaaa l’ho trovato!!! Era in camera mia, ma  dentro è tutto sporco di sabbia e fuori appiccicoso di salmastro, io così non lo posso usare!” E io che mi ero fatta prendere dalla nostalgia dei tempi in cui erano piccole e dovevo pensare a che  tutto fosse pronto…La sveglia ha suonato nell’istante esatto in cui fuori è iniziato un bel temporale e il ciclone biondo piastrato quasi diciottenne non sopporta bagnarsi i capelli né usare un ombrello per ripararsi, l’avevano annunciato da giorni che il 15 settembre, finalmente, sarebbe piovuto, avevano pure diramato un allerta codice giallo, che per me non si è riferita al meteo ma al ciclone biondo piastrato…

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