UNA MONDIALE BOTTA DI VITA

Non mi ricordo esattamente se fosse stato il 9 o il 10 o quale altro giorno prima dell’11 luglio del 1982, ma ricordo benissimo che mio padre uscì dicendo che avrebbe fatto tardi perché doveva accompagnare suo fratello all’aeroporto, niente di strano, succedeva spesso di accompagnare chi, dovendo partire per più giorni, non volesse lasciare la macchina incustodita. Erano i giorni dei mondiali di calcio, erano giorni d’estate in cui l’aria della sera si riempiva di odore di cocomero e di rumori di televisioni accese, ma quella sera mio padre non tornò. All’epoca non esistevano i cellulari, non potevi raggiungere telefonicamente chi non avesse un recapito telefonico fisso, non esistevano quegli aggeggi satellitari che danno la posizione di chi stai cercando, né ancora erano saltate fuori le idee complottiste su fantomatiche installazioni di microchip sottocutanee atte a controllarci tutti da un presunto grande fratello, quindi, se sparivi, ti venivano a cercare, forse, dopo qualche settimana. Mio padre non tornò nemmeno il giorno dopo, mia madre manteneva una preoccupazione silenziosa in modo da non mettere in ansia noi tre figli, poi, da quanto ci diceva, non era la prima volta che spariva nel nulla, quindi, zitti e fiduciosi abbiamo continuato la vita di sempre, ma la vita di sempre non poteva essere vissuta senza mio padre proprio durante la finale dei mondiali: lui, che non si perdeva una partita nemmeno la domenica, che giocava a pallone anche dormendo, che tifava rumorosamente sgranocchiando pacchi di semine davanti alla tv, non poteva non esserci, chi avrebbe piazzato la televisione sul terrazzo per stare più freschi, chi avrebbe urlato al posto suo, chi si sarebbe avvolto in una nuvola di fumo di un intero pacchetto di sigarette?

Così, eccitati per la finale ma mesti per l’assenza di nostro padre, ci siamo piazzati davanti al televisore e abbiamo fatto affidamento sui commenti dell’unico uomo di casa presente in quel momento: mio fratello. Io non capivo un granché delle regole calcistiche ( un pò per la mia tenera età e un pò perché non me ne importava), quindi mi affidavo alle sue reazioni: se gioiva gioivo, se si stizziva mi stizzivo, se guardava ammutolito ma in tensione mi ammutolivo tesa pure io. La partita procedeva tra un “olè” e qualche “nooo”, ogni tanto la telecamera che riprendeva l’evento inquadrava anche gli spalti, faceva vedere da lontano i tifosi che affollavano lo stadio, poi zoommava su particolari: il nostro presidente della Repubblica che stringeva la sua pipa tra i denti e si alzava ogni qualvolta c’era un occasione di goal, si vedevano i visi degli spettatori dipinti con i colori della propria nazione, si intravedevano altri volti tesi avvolti in bandiere, vedevamo, invidiandoli un pò, i tifosi che si alzavano e urlavano nel momento in cui il pallone finiva dentro al rete, ma…quello che si stava sbracciando aveva un’aria familiare…in pochi minuti abbiamo risolto il mistero della scomparsa di nostro padre: era a godersi la finale direttamente in loco!

Il giorno dopo, o quello dopo ancora, non ricordo bene, ecco che spunta dal cancello di casa, preceduto da scampanellata insistente, nostro padre, avvolto nel tricolore, gridando un classico “Campioni del modo! Campioni del mondo!” Noi tre muti ma a bocca aperta, mia madre non muta e molto contrariata, abbiamo ascoltato i racconti di colui che aveva vissuto dal vivo l’evento e alla domanda “Ma potevi dirci che andavi li?” è stato risposto:

“Io sono andato ad accompagnare mio fratello all’aeroporto e proprio quando ero li, hanno avvisato dall’altoparlante che si era liberato un posto sul volo diretto a Madrid con partenza immediata e non ci ho pensato due volte, ho preso il biglietto e sono andato, che botta di vita ragazzi!”

Lui le chiamava “botte di vita”, oggettivamente erano “colpi di testa”, mia madre le chiamava “follie da irresponsabile” (con noi non usava parolacce, quindi tradotto, le “follie” diventerebbero “cazzate”).

Ieri sera ho guardicchiato la partita, non volevo guardarla in toto per la paura di portare sfiga ( il goal dell’Italia è arrivato quando sono andata a fare pipì, quindi mi sono ingozzata di acqua tutta la sera…), ma, dai tempi supplementari in poi, mi ci sono incollata e, con lo sguardo, cercavo lui tra gli spalti, sicuramente non se la sarebbe persa, avrebbe coinvolto il nipote inglese in una diatriba e lo avrebbe convinto a tifare Italia, questa volta avrebbe avuto un telefonino e ci si sarebbe fatto degli incredibili selfie, avrebbe intonato cori e coinvolto sconosciuti compagni di curva, purtroppo lui non era lì, ma nel mio cuore c’è sempre perché la sua breve esistenza fatta di “botte di vita” lo ha reso indelebile e immortale.

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