E’ tutto ok!

Ci siamo, mancano poche ore e il mio braccio sarà libero dal gesso! Mi sento come un bambino in attesa di Babbo Natale: eccitazione, ansia, speranze, domande e paura. Si, paura, quella che mi frega da qualche tempo, paura che non sia finita e che, come da troppo tempo ormai, devo continuare a rimandare la vita che vorrei a giorni migliori.

Proprio fra qualche giorno festeggio tre anni di vita dura, tutta in salita, senza una pausa di serenità per tirare il fiato, e di fiato proprio non ne ho più. La mia vita è cambiata in una tiepida sera di fine ottobre, quando mio marito, con estrema serenità, mi ha annunciato che, avendo una relazione con un’altra donna, sarebbe andato a vivere con lei entro un paio di giorni ( forse il tempo di lavare e asciugare tutta la sua roba?). Per me è stato un fulmine a ciel sereno, non mi ero accorta di niente, anzi, siamo sempre stati una coppia affiatata con, forse solo per me, un bel legame solido. Mi è mancato il respiro, mi mancata la terra sotto i piedi, non riuscivo a capire se fosse un brutto incubo dal quale mi sarei svegliata al più presto. Invece l’incubo era realtà e la realtà, nei giorni successivi, sembrava peggiore di qualsiasi incubo: ho passato mesi senza mangiare né dormire, ho sopportato e gestito le telefonate e i messaggi minacciosi dell’amante ( una vera signora!), ho cercato di far vivere alle mie figlie una vita normale, non ho minacciato, non ho urlato, non ho fatto nessun genere di guerra, ma è stata dura. Mi odiavo, mi sentivo un essere indegno di affetto perché non avevo niente che andava in me, mi reputavo un errore umano.

Mi sono ritrovata completamente sola, da quando erano morti i miei genitori, mio marito era diventato tutta la mia famiglia e, senza di lui, mi sentivo per la prima volta orfana. Si, c’era mia sorella, ma il suo caratteraccio mi allontanava e nel momento del bisogno, bisogno di una spalla, di conforto, di qualcuno su cui contare, ha solo snocciolato richieste e chiestomi sacrifici per poter far fronte alle sue necessità ( il classico mors tua vita mea). Così, dopo mesi di terapia psicologica per non implodere e ritrovato amore per la vita, la mia nuova vita, ero pronta a lasciare il gelo di un inverno difficile per farmi baciare dal sole di una nuova estate.

Mi ricordo bene anche quella mattina di inizio giugno, ero serena, niente poteva più riaprire ferite che stavano rimarginandosi; avevo ricevuto una raccomandata scritta dall’avvocato di mia sorella che mi aveva solo fatto sorridere per il grado di meschinità celato da un linguaggio troppo giuridico, avevo anche ricevuto l’ennesimo messaggio di minaccia dalla solita signora, preoccupata che rivolessi indietro il suo “gioiello”, a cui non avevo risposto perché non volevo più saperne di loro, della loro vita, dei loro litigi e delle bugie che si dicevano reciprocamente, non era più affar mio, che si azzannassero fra di loro…insomma, era un momento zen, momento di ottimismo e serenità, ma pur sempre momento che, per sua definizione, dura poco o poco più. Sempre quella mattina, durante un’ecografia fatta per un problema a un braccio, l’ecografista scrupoloso decide di dare un’occhiata un po’ ovunque e, nel giro di un paio d’ore avevo già in mano l’appuntamento con il chirurgo per il giorno successivo e in testa caos e paura, anzi, terrore.

“Signora, è sola o è venuta accompagnata?” mi chiese il medico che una settimana prima mi aveva fatto una biopsia, ” Sono da sola, dica pure”, “Avrei piacere di parlarle in presenza di qualche parente, non ha nessuno disponibile?”, “No, ho solo due figlie non troppo grandi né troppo piccole e non credo che possano capire quello che deve dirmi più di me!”. “Signora, lei ha il cancro, anzi, ne ha due, ha due carcinomi molto aggressivi che vanno asportati al più presto”, ” Ok, lo avevo intuito, ho già appuntamento con il chirurgo, grazie.” Sinceramente quell’uomo mi aveva innervosita, non per la notizia, ma per il modo un po’ maschilista nel voler affrontare il discorso con qualche parente, come se io non fossi stata in grado di recepire le sue informazioni, così ringraziai e mi diressi verso la porta, “Signora, ma ha capito cosa le ho detto?”, “Certo!”, “Non mi sembra, si rende conto di cosa dovrà affrontare e che non è detto che riesca a farcela?”, cavolo che tatto! Certo che me ne rendevo conto, sono cresciuta con la parola “cancro” che aleggiava per casa, i miei genitori erano morti proprio per questa specie di mostro mangiavite, ma disperarmi, piangere, lasciarmi prendere dallo sconforto mi avrebbe guarita? ” Signora, torni indietro, lei non capisce che ha due cancri?”, Mi girai verso di lui proprio mentre varcavo la soglia e, tranquillamente gli risposi: “Due cancri, e allora? Ho due figlie, due cani, due gatti, due conigli e due cancri, c’è di peggio nella vita, pensi che dramma se avessi anche due mariti!”, mi girai e me ne andai lasciando il medico molto basito per la mia risposta.

Quando si affronta una separazione e una malattia contemporaneamente si è concentrati sul riuscire a limitare i danni, sull’organizzarsi per la gestione delle figlie e della casa, le amiche di sempre, quelle che da trenta e passa anni hanno condiviso con me un pezzo di vita mi supportavano, mi davano la certezza che sarebbe stato facile e che non sarei stata sola. Invece sola mi ci sono ritrovata, nel momento peggiore, quando, dopo qualche giorno da un intervento non affatto facile, le mie figlie sono partite per le vacanze col padre, le loro prime vacanze senza di me e la mia prima volta senza di loro. Giravo per casa bardata di borsetta in cui tenere il contenitore del drenaggio che era ancora attaccato al mio corpo tramite un tubo, con il braccio destro ko dallo svuotamento dei linfonodi già attaccati da metastasi, con la tetta operata più grossa di quella sana, infiammata, dolorante e martoriata da una lunga cicatrice che a me pareva come una trincea delimitante un campo di guerra; a giorni alterni mi recavo in ospedale per svuotare il bombolotto del drenaggio, per farmi siringare altro liquido dalla tetta che si formava incessantemente provocandomi dolore e febbre, da sola, guidando, anche se mi avevano proibito di farlo, ma non avevo alternative, le amiche che si erano messe a disposizione per aiutarmi, a parole, erano sparite, perché, a detta loro, dovevo starmene un po’ sola per stare meglio…Intanto ho trascorso settimane, poi mesi, imparando ad arrangiarmi, a gestire una febbre che non se ne andava mai, a farmi forza mentre mi rigiravano come un calzino in cerca del motivo, a sopportare i molteplici effetti indesiderati delle terapie, dei farmaci, del veleno che devi ingoiare per essere sicura che il mostro se ne sia andato definitivamente e che non rimanga nessuna traccia della sua permanenza dentro di me. Il mio ex marito mi ha aiutata, e io ho lasciato che lo facesse perché in certi casi la necessità supera l’orgoglio (e si abbandona il pregiudizio), mi accompagnava a fare le terapie e le visite, io non mi sono mai sentita così sfinita come in quei mesi: dormivo, come chi è dovuto stare sveglio per un giorno intero, prendevo antidolorifici per attutire il dolore acuto e costante alle ossa causato da tutte le cure, non riuscivo a occuparmi di problemi e incombenze della vita quotidiana, vivevo come se mi avessero chiusa in una bolla, tutto era fuori, tutto era attutito, ogni cosa rimbalzava all’indietro quando cercava di avvicinarsi. Così, vista la mia poca vitalità, le mie care amiche storiche un giorno hanno deciso di creare un gruppo whatsapp in cui ognuna mi dava il ben servito come amica essendo tutte d’accordo sul fatto che io non riuscivo più a essere d’aiuto nella gestione ed esternazione dei loro problemi perché ero troppo concentrata sui miei che, a detta loro, ritenevo più importanti. E’ stato lo stesso dolore e stupore provato quando il mio ex marito mi annunciò la sua uscita da casa…Ma, con la consapevolezza che nella vita c’è di peggio, non mi sono persa d’animo e ho consolidato amicizie nate da poco e ne ho fatte di nuove, trovando persone meravigliose che mi hanno fatto ( e tutt’ora lo fanno) sentire amata così come sono, per quella che sono…

La vita va vanti, nolente o volente, si sopravvive per vivere, si sopporta per assuefarsi, io mi sono abituata ai miei dolori, alla mia stanchezza, alle braccia molli, alla tetta dimezzata, bruciata e dolorante dalle radiazioni, alle polmoniti che si susseguivano e ancora lo fanno; ogni volta che penso di stare meglio e di poter cominciare finalmente quella nuova vita che ero pronta ad affrontare e che è stata messa in standby, arriva qualcosa che mi ferma e mi fa sperare in momenti migliori. A maggio, quando l’oncologa mi disse che tutto stava andando bene, avevo cominciato a tirar fuori i miei progetti di vita, avevo voglia di muovermi, di andare al mare, di scorrazzare in bicicletta, ma la solita polmonite mi ha fregata e fermata, vabbè, tanto poi passa e io ricomincio a sognare, ma un mese di antibiotici avevano causato dei danni e tac, il tendine del pollice si è rotto come un grissino che taglia il tonno, vabbè, che sarà mai, è un pollice…ma poi mi sono resa conto che la conquista del pollice opponibile, oltre che a distinguerci dalle scimmie, ha una sua funzione importante e via, unica soluzione un bel trapianto di tendine, ma si, che sarà mai…devo smetterla di dirlo…il giorno dell’intervento mi è esploso il fuoco di Sant’Antonio e tutto è stato rimandato, vabbè, meglio no? Come avrei sopportato un mese di gesso in piena estate? Ma si, godiamoci sto fuoco che c’è di peggio. Finalmente, dopo un mese e mezzo mi ritrovo in sala operatoria, pronta ad affrontare l’intervento ( era venerdì 13 settembre, non mi sono fatta prendere da dubbi scaramantici…)

Ecco perché sono emozionata ma ho paura, paura che la mia vita sia come la canzone di Branduardi ” Alla fiera dell’est”: un insieme di sfighe infinite incatenate fra loro, che la vita messa in standby sia invecchiata e diventata inutilizzabile. Senza il gesso è un bel passo avanti nella riconquista della piena autonomia ( voglio guidareeeee!!!), ma è anche la paura di dover affrontare qualcosa di nuovo, magari è un qualcosa di bello, ma se poi arriva il gatto che si mangia il topo e il cane che si mangia il gatto e il bastone che picchia il cane e il fuoco che brucia il bastone e l’acqua che spegne il fuoco e il bue che beve l’acqua e l’uomo che uccide il bue e….e che palle, io voglio crederci, anzi ne sono convinta: è tutto ok!!

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